I medici inglesi: “Il cibo condiziona l’intelligenza”

NEW YORK
Se volete che i vostri figli diventino più intelligenti fateli crescere da vegetariani. E’ questo l’ultimissimo consiglio per i genitori che emerge da uno studio della Southampton University pubblicato dal British Medical Journal e frutto di una ricerca durata ben venti anni, dal 1970 al 1990. All’origine degli sforzi del team di studiosi guidato da Catharine Gale c’era l’intenzione di verificare possibili connessioni fra il tipo di alimentazione ed il livello di intelligenza dei bambini. Nacque così la decisione di studiare da vicino un campione di 8179 bambini di dieci anni di età che vennero sottoposti ai primi test. Venti anni dopo, al compimento dei 30 anni di età, allo stesso campione è stato chiesto di svelare le proprie abitudini alimentari ed in 366 si sono detti vegetariani, ovvero il 4,5 per cento del totale pari all’equilibrio che in genere si trova nei Paesi occidentali.

Genio e verdura
Nel 1990 è così iniziata la fase della misurazione dei quozienti di intelligenza ed i risultati ottenuti hanno lasciato assai pochi dubbi: fra i ragazzi – oramai uomini – vegetariani il livello ai test «Iq» è risultato essere 106, ovvero 5 punti in più dei non vegetariani, mentre nel caso delle donne il divario è risultato essere 104 a 99 punti. E’ interessante notare che a dimostrare il quoziente di intelligenza dei vegetariani sono stati anche quei 100 fra loro che hanno ammesso di aver saltuariamente «sgarrato», continuando a mangiare carne o pesce.

«Si tratta di risultati che parlano chiaro – è stato il commento della dottoressa Gale -, i bambini che diventano più intelligenti in età adulta rispettano un’alimentazione vegetariana ed uniscono a questo migliore quoziente un migliore stato di salute, soprattutto per quanto riguarda la situazione cardiaca».

Orgoglio vegetariano
Le conseguenze sono molteplici: i vegetariani hanno un’istruzione migliore, escono dalle scuole ed università più ambite, trovano posti di lavoro più remunerati e dunque guadagnano e spendono di più, diventando – in percentuale – uno dei motori dello sviluppo economico del Paese dove risiedono. Nel gotha dei vegetariani più noti figurano il cantante Paul McCartney, l’attrice Jenny Seagrove, lo scrittore George Bernard Shaw e Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti. Se esaminare le conseguenze dello studio è facile, Gale ammette che altrettanto non si può affermare per le cause: i ricercatori infatti non sono riusciti a dimostrare scientificamente perché non mangiare pesce o carne rende più intelligenti. Il risultato dello studio non fornisce dunque un motivo preciso del fenomeno riscontrato – evitando di sostenere la tesi di ricerche passate sulle maggiori potenzialità di alimenti come frutta, vegetali e grano – ma attesta che la differenza di intelligenza è certa, al di sopra di ogni ragionevole dubbio, ed è riassunta nei 5 punti in più che vengono sistematicamente ottenuti dai vegetariani in ogni possibile test di misurazione delle capacità intellettive.

«Non possiamo escludere neanche – ha spiegato la Gale – che siano le persone intelligenti a diventare vegetariane a causa di una maggiore attenzione per la salute degli animali che sono all’origine dei cibi che arrivano sulla tavola».

Per i vegetariani lo studio britannico è comunque un motivo di grande orgoglio. «Abbiamo sempre saputo che essere vegetariani è una scelta intelligente, compassionevole verso gli animali ed attenta all’ambiente ma ora ne abbiamo la prova scientifica – ha commentato Liz O’Neill della Vegetarian Society – e questo forse spiega anche perché chi si limita a ridurre le quantità di carne consumate non mangiando pollo o tacchino, ama comunque definirsi vegetariano».

Fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/200612articoli/15535girata.asp

Vitamina D

Articolo del dottor Federico Baranzini

Diritti riservati: https://www.federicobaranzini.it/

Secondo le stime ufficiali, all’incirca un miliardo di persone nel mondo soffrono di carenza o insufficienza di vitamina D.

Gli individui a più alto rischio di carenza di vitamina D includono le persone che vivono lontane dall’Equatore, le persone affette da problemi medici (come ad esempio l’obesità, le malattie del fegato, la celiachia e le malattie renali), le persone anziane e le persone con la pelle scura.

Secondo quanto scoperto grazie al National Health and Nutrition Examination Survey (Sondaggio nazionale sulla salute e l’alimentazione), che ha preso in esame più di 15 000 adulti, gli individui con la pelle scura presentano dei livelli più bassi di vitamina D, dal momento che gli alti livelli di melanina presenti nel loro organismo impediscono l’assorbimento della vitamina D.

Questo solitamente avviene quando la pelle è esposta alla radiazione ultravioletta che troviamo in natura sotto forma di luce solare.

Indipendentemente dalle cause, la carenza di vitamina D presenta delle conseguenze mediche e psicologiche gravi. Ogni tessuto del corpo umano è dotato di recettori di questa vitamina: possiamo trovarne, ad esempio, nel cervello, nel cuore, nei muscoli e nel sistema immunitario. Ciò significa che la vitamina D è vitale per il funzionamento del corpo umano a tutti i livelli.

La vitamina D, inoltre, è la sola vitamina ad essere al tempo stesso un ormone. Una volta assunta attraverso l’alimentazione o assorbita (sintetizzata) attraverso la pelle, la vitamina D viene trasportata nel fegato e nei reni dove può trasformarsi nella sua forma attiva di ormone. In qualità di ormone, la vitamina D aiuta l’assorbimento del calcio, aiutando a costruire delle ossa, dei denti e dei muscoli più forti.

Oltre al suo ruolo di coadiuvante nell’assorbimento del calcio, la vitamina D attiva quei geni che regolano il sistema immunitario e rilascia i neurotrasmettitori (ad esempio la dopamina e la serotonina) che aiutano il funzionamento e lo sviluppo cerebrale. I ricercatori hanno scoperto dei ricettori di vitamina D su tutta una serie di cellule situate nel cervello, nelle stesse regioni connesse alla depressione.

Il disturbo affettivo stagionale (SAD), un disturbo dell’umore che presenta dei sintomi depressivi caratteristici, si manifesta soprattutto durante i mesi più bui dell’anno, quando la luce del sole è scarsa, coincidendo quindi con la diminuzione drastica dei livelli di vitamina D nell’organismo. Diversi studi hanno suggerito che i sintomi del disordine affettivo stagionale potrebbero essere dovuti ad un cambiamento dei livelli di vitamina D3, che potrebbe influenzare i livelli di serotonina nel cervello.

A causa di questa connessione della vitamina D alla depressione e all’umore, sarebbe indicato verificare i livelli di vitamina D, in particolare della 25-idrossivitamina D, di tutti i nuovi pazienti che si presentano per un consulto psicologico.

Per diversi anni, dei livelli di vitamina D nel sangue pari a 20 ng/mL erano accettati come normali, ma ai giorni nostri, molti ricercatori e medici considerano questi livelli come scarsi. Di recente, infatti, i livelli normali non devono scendere al di sotto dei 30 ng/mL, ancor meglio se questi sono situati tra i 50 e i 75 ng/mL. Nel caso di pazienti con livelli bassi, è bene suggerire un integratore tra i 2 000 IU e i 10 000 IU. È importante notare che l’assunzione d’integratori di vitamina D necessita delle verifiche costanti dei livelli nel sangue a distanza di qualche mese.

Benché gli integratori di vitamina D potrebbero migliorare l’umore, la vitamina D non è che un’infima,  ma importante, parte della cura, dal momento che la depressione può essere causata da una miriade di ragioni. È stato però mostrato in vari casi che la carenza di vitamina D può danneggiare e prolungare la guarigione della depressione.

IL LEGAME TRA CIBO E UMORE

Il cervello e l’intestino sono direttamente collegati, così come la melanconia e la famosa “fame di dolci”. Scopriamo insieme come combatterle!

Diritti riservati:

https://www.damianogalimberti.it/blog/dieta-comportamentale/il-legame-tra-cibo-e-umore/#:~:text=La%20dieta%20mediterranea%20ricca%20di,facilmente%20all’aumento%20di%20peso.

L’appetito e l’umore sono molto collegati. Alla base di questa influenza c’è un importante neurotrasmettitore, la serotonina, prodotta soprattutto nel tratto gastroenterico, ma anche nel cervello:

  • Nel cervello regola il tono dell’umore, la qualità del sonno, la temperatura corporea, la sessualità e l’appetito. La mancanza di serotonina determina infatti depressione, disturbi ossessivo-compulsivi, ansia, emicrania, fame nervosa e bulimia, eiaculazione precoce maschile;
  • Nell’intestino la serotonina controlla la motilità, l’igiene e il benessere intestinale. Una sua carenza produce stipsi cronica, alterata digestione e rallentamento del transito intestinale.

Cervello e intestino sono quindi direttamente collegati, motivo per cui nei soggetti depressi e melanconici c’è un intestino compromesso, e per cui nella fame nervosa esiste anche un’alterazione del metabolismo della serotonina.

Il precursore della serotonina è il triptofano, un aminoacido che noi non possiamo sintetizzare, ma che è presente nelle proteine animali e vegetali. Il problema, però, è che il triptofano entra all’interno delle cellule umane dopo altri tipi di aminoacidi.

Immagina un traghetto su una sponda del fiume e una lunga colonna di vetture che stanno arrivando per farsi trasportare sull’altra riva. Le auto più veloci arrivano e si accodano prima e quindi hanno una specie di corsia preferenziale.

In modo simile, dopo un pasto ricco di proteine aumentano nel sangue numerosi amminoacidi che hanno la precedenza. Prima del triptofano, entrano così dentro le cellule, soprattutto intestinali e nervose, altri aminoacidi: isoleucina, leucina, tirosina, valina, metionina, fenilalanina.

Il risultato è una riduzione della produzione della serotonina e anche della melatonina, che deriva dalla prima. Il nostro equilibrio ormonale di conseguenza si altera ed ecco che cresce in noi la cosiddetta “fame di dolci”. I cibi ricchi di zuccheri, infatti, aumentano i livelli di serotonina nel sistema nervoso centrale. Quando assumiamo zuccheri, viene prodotto un ormone, l’insulina, che facilita l’ingresso degli amminoacidi nelle cellule, ad eccezione del triptofano. Di conseguenza, il triptofano resta in circolo nel sangue e può essere assimilato dal sistema nervoso centrale. Questo spiega perché i cibi dolci sono in grado di aumentare la serotonina, e quindi il buon umore.

La conseguenza è però che si mangia, si pasticcia e si aumenta più facilmente di peso. La fame di dolci si associa a disturbi intestinali, a disturbi del comportamento alimentare e anche sessuale.

Tutto questo è legato alla carenza iniziale di serotonina, che sarà più grave nel soggetto tendenzialmente triste e melanconico. Vediamo allora come aumentarne i livelli, ma senza correre il rischio di ingrassare!

A livello di dieta, è necessario assumere cibi ipocalorici e nel contempo ricchi di triptofano, ma poveri degli altri aminoacidi. Tale caratteristica è soddisfatta, parzialmente, soltanto da pochi frutti, come la papaya, la banana e i datteri.

Vi chiederete, perché non introdurre più carne e derivati, apparentemente più ricchi in questo aminoacido? Proprio perché la carne è ricca di diversi aminoacidi, che prevalgono sul triptofano. Una via di mezzo è rappresentata da pesce e uova.

Un altro modo per aumentare i livelli di serotonina è quello di praticare attività fisica. I muscoli utilizzano soprattutto aminoacidi detti ramificati, utilizzati per costruire muscolo, e risparmiano il triptofano, che rimane così disponibile per le cellule nervose.

Bisogna poi ricordare che il triptofano non si trasforma in serotonina senza il giusto apporto di vitamine B3, B6 e C. Ecco quindi un elenco di cibi in cui potete trovarle:

  • Vitamina B3: grano, orzo, legumi, pomodori, latte, formaggi, pesce, carote, patate;
  • Vitamina B6: latte, pesce, cereali, patate, formaggi, spinaci, fagioli, carote;
  • Vitamina C:frutta e verdura fresca, soprattutto agrumi, kiwi, peperoni, broccoli.

In questo contesto, una dieta tendenzialmente ovo-pesco-vegetale diventa un’alimentazione particolarmente adatta.

Un ottima bevanda che può aiutarvi a vincere la fame dei dolci è un cucchiaio di cacao amaro sciolto in acqua calda.

Infine, ricerche recenti hanno dimostrato che una adeguata presenza di grassi di tipo omega-3 nel cervello ha effetti antidepressivi e di stimolo della neuro genesi. Non dimentichiamoci infatti che i neuroni sono cellule grasse per eccellenza!

La dieta mediterranea ricca di pesce, frutta, verdura, cereali è dunque preziosa anche per il buonumore, andando a contrastare, se nelle porzioni corrette, lo stesso sovrappeso.

La malinconia, la carenza di serotonina porta quindi più facilmente all’aumento di peso. Dall’altra parte, la socialità e l’allegria  favoriscono il mantenimento del peso e agevolano il successo di una dieta dimagrante. Leggete anche gli articoli “La ginnastica del ridere”  e “Ridere allunga la vita” per saperne di più!

Questi alimenti vegani contengono più proteine della carne

Articolo di Ticino Online, diritti riservati

Il fabbisogno di proteine può essere coperto anche con una dieta priva di carne.

La frutta a guscio ad esempio è un cibo ricco di proteine e sostenibile per l’ambiente.

Circa un terzo dell’impatto sull’ambiente legato ai consumi in Europa è causato dall’alimentazione e in particolare dalla produzione di alimenti. Imballaggio, trasporto, immagazzinamento, preparazione e smaltimento sono generalmente meno incisivi. L’allevamento di animali da reddito è particolarmente nocivo per l’ambiente: consuma molte risorse e causa molte più emissioni di gas serra rispetto alla coltivazione di alimenti vegetali. Secondo il WWF, le proteine animali sono responsabili di circa la metà dell’impatto ambientale causato dall’alimentazione. A livello mondiale, oltre l’80 per cento delle superfici coltivabili è utilizzato per la produzione di latticini e carne. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica «Science» nel 2018, l’industria dei latticini e della carne è responsabile del 56-58 per cento di tutte le emissioni di gas serra generate a livello mondiale e del 56 per cento dell’inquinamento delle acque. Al contempo, solo il 18 per cento delle calorie e il 37 per cento di tutte le proteine consumate dall’intera popolazione mondiale derivano dai latticini o dalla carne.

Secondo il wwf, in media un menu vegetariano ha un impatto sul clima tre volte inferiore rispetto a un piatto di carne. L’impronta ecologica di uno svizzero medio nel settore dell’alimentazione si ridurrebbe quindi ad esempio del 24 per cento passando all’alimentazione vegetariana. Rinunciando completamente ai prodotti di origine animale, passando quindi a un’alimentazione vegana, la voce «alimentazione» andrebbe a ridursi del 40 per cento. Gli alimenti vegetali sono quasi sempre migliori per l’ambiente rispetto alle proteine animali. Rinunciando regolarmente a consumare carne, latte o uova è possibile quindi dare un prezioso contributo alla protezione dell’ambiente e del clima.

Nelle discussioni sull’alimentazione sostenibile e sull’impatto generato dagli alimenti di origine animale viene spesso sollevato l’argomento che gli alimenti vegetali contengono troppe poche proteine e che un’alimentazione vegana non è adatta alle persone attive. Gli sportivi d’élite vegani come il tennista Novak Djokovic, il boxer professionista David Haye o il campione di NBA Kyrie Irving dimostrano il contrario. Alcuni alimenti vegetali sono anzi più ricchi di proteine rispetto ai prodotti animali: nella galleria di immagini qui sopra vi presentiamo dieci alimenti vegani e vegetariani che contengono più proteine della carne.

VEGGIEHOTELS®

 https://www.veggie-hotels.com/

– LA PRIMA COOPERAZIONE TRA ALBERGHI VEGETARIANI DI TUTTO IL MONDO

Nell’ambito del turismo e del comparto alberghiero non esiste quasi alcun target che non trovi offerte fatte su misura; ciò nonostante per chi è vegetariano o vegano fino ad oggi non è stato facile trovare un alloggio conforme alle proprie necessità.

Con la nascita di VeggieHotels questo è cambiato. Dal 2011 VeggieHotels offre una piattaforma che riunisce ospiti e hotel vegetariani o vegani in tutto il mondo.

Perché esclusivamente vegetariani?

Qualcuno forse si chiederà perché VeggieHotels presenta soltanto strutture esclusivamente vegetariane che non servono quindi né carne né pesce.
Secondo noi c’è una grande differenza se in una cucina si preparano solo piatti completamente vegetariani oppure se si cucina solo di tanto in tanto un piatto vegetariano o vegano su richiesta, continuando però a cucinare anche carne e pesce nello stesso ambiente.

Ecologia ed etica

In tutto l’ambiente turistico stanno prendendo piede sempre più i criteri di sostenibilità ed ecocompatibilità. E VeggieHotels è un pioniere in questo senso. Tenendo conto dell’effetto positivo che la cucina vegetariana e in particolare quella vegana hanno sull’emissione di CO2, si può affermare che i VeggieHotels danno un contributo positivo al mantenimento dell’ambiente.
Anche gli aspetti etici di un turismo che non fa soffrire gli animali vengono concretizzati giorno per giorno nei VeggieHotels.

Non solo per vegetariani

Naturalmente nei VeggieHotels sono ben accolti tutti coloro che desiderano gustare un’alimentazione sana vegetariana o vegana in vacanza, in viaggio, partecipando a un seminario o in un soggiorno di cura. La cucina esclusivamente vegetariana non è soltanto sana. Quando i pasti vengono preparati da cuochi che mettono tutto il cuore e tutta la loro creatività nella cucina vegetariana, si possono scoprire nuovi piatti vegetariani e vegani in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Da una colazione integrale e vegetariana offerta in una pensione veggie fino a una cena a più portate in un hotel di prima classe, VeggieHotels vi aiuta a trovare tutte le varianti desiderate. Un soggiorno o una visita in un VeggieHotel può essere anche un’occasione per cambiare la propria alimentazione, diventando vegetariani o vegani, o semplicemente per assaggiare dei piatti vegetariani.

La cucina vegana nei VeggieHotels

La maggior parte dei VeggieHotels sono preparati ad accogliere ospiti vegani e possono essere selezionati tramite i criteri di ricerca. Alcune strutture offrono addirittura un’alimentazione esclusivamente vegana, con la quale si rinuncia completamente a qualsiasi prodotto di origine animale.

Il team di VeggieHotels

VeggieHotels è stato fondato da Thomas e Karin Klein, da alcuni giornalisti di viaggi o e dallo specialista di informatica Peter Haunert. Tutti e tre sono vegetariani fin dalla loro gioventù. Dopo diverse tappe professionali nell’ambito del giornalismo, del marketing turistico e dell’informatica hanno messo le loro esperienze a disposizione di VeggieHotels per offrire una piattaforma professionale agli alberghi vegetariani.

Alimentazione vegetariana

Ricevo tante richieste da parte di genitori preoccupati per le scelte alimentari dei figli adolescenti, il nostro Cantone mette a disposizione delle informazioni molto importanti e soprattutto resta importante la scelta di un medico nutrizionista competente, responsabile e libero da ogni tipo di pregiudizi

Patrizia Vaier

http://www.sge-ssn.ch/media/Scheda_informativa_alimentazione_vegetariana_2015_2.pdf

Dal sito del cantone www.ti.ch/infogiovani

I vegetariani scelgono di eliminare dalla propria alimentazione la carne e il pesce. Numerosi studi dimostrano che chi segue un’alimentazione vegetariana ha benefici in termini di salute, come un minor tasso di mortalità dovuti a malattie cardiocircolatorie o cancri e hanno un peso corporeo più frequentemente nella norma.

Le persone vegetariane devono però stare attente alla loro alimentazione variandola il più possibile. Infatti, sono soggette ad alcune tipiche carenze nutrizionali, soprattutto in proteine, vitamine B12, ferro, omega 3 e anche vitamina D3. Per i vegetariani sono molto importanti alimenti quali le leguminose, il latte e i latticini, le uova, la frutta oleaginosa (noci, mandorle, ecc.) e i farinacei integrali.

I vegetariani non sono da confondere con i vegani, che oltre a carne e pesce eliminano anche tutti gli altri alimenti di origine animale dalla propria alimentazione, come il latte, i latticini, le uova e il miele. Senza supplementi alimentari specifici e conoscenze approfondite in nutrizione, le carenze nutrizionali in vitamine B12 e D3 sono assicurate; inoltre vi è un grande rischio di carenze in proteine, ferro e calcio. Per questi motivi si sconsiglia di seguire questa dieta, soprattutto durante la crescita, la gravidanza e la vecchiaia.

Alimentazione e diete vegetariane

Diritti riservati: Fulvia Bracali – valdelsa.net

Le diete vegetariane sono ormai molto diffuse, non solo in Paesi che ne hanno una lunga cultura gastronomica (tipo l’India, con circa un 30% della popolazione vegetariana), ma anche in Europa e in Italia (con circa 4,5 milioni di vegetariani pari al 7,1% della popolazione generale, con dati che ne evidenziano una continua crescita!). Quindi sta crescendo ‘’interesse per questo modello alimentare sia per i professionisti della salute, come i Dietisti, che per i ristoratori.

Se pensiamo che questo tipo di alimentazione appartenga solo alle culture orientali o sia una moda degli ultimi anni, ci sbagliamo! Infatti ce ne sono tracce sin dall’antichità con delle motivazioni riconducibili alle nostre: principi etici, morali e religiosi. Tra i personaggi vegetariani più famosi possiamo nominare Platone che nel suo “La Repubblica” sosteneva che una dieta basata su vegetali richiedeva meno terra di una basata su cibi animali – del resto questo se era vero all’epoca, oggi lo è ancora di più a causa degli allevamenti intensivi. E ancora alcuni ordini monastici cristiani e poi Leonardo da Vinci, Jean Jacques Roussaeu. E nel diciottesimo e diciannovesimo secolo in Europa possiamo citare Lev Tolstoj, fino al secolo scorso il più famoso premio Nobel Mahatma Gandhi.

Negli ultimi cinquant’anni la dieta vegetariana si è affermata ancora di più per il diffondersi di correnti di pensiero ed influenze tra cui un interesse crescente verso religioni e filosofie orientali, ma le motivazioni più forti che inducono a scegliere tale modello alimentare riguardano:

Maggiore sensibilità verso il mondo animale: molti vegetariani fanno una scelta etica e rinunciano alla carne per non uccidere gli animali per cibarsene. Spesso quindi pongono maggiore attenzione anche alla tipologia di allevamento degli animali, anche per il solo consumo dei loro derivati;

Maggiore consapevolezza in tema di nutrizione e salute, quindi abbracciano questa filosofia perché pensano che sia il modo più sano di mangiare, anche se molti poi non si affidano a vere evidenze scientifiche né a professionisti della nutrizione rischiando comunque delle carenze;

Concetti di sostenibilità ambientale. Sicuramente produrre carne ha un impatto ambientale importante, sia in termini di emissione di gas serra, sia per il consumo di cereali (dati FAO ci dicono che si utilizza il 35% della produzione mondiale di cereali per nutrire gli animali da carne).

Ma cosa si intende con la parola “vegetariano”? Facciamo chiarezza, in quanto ci sono molte interpretazioni personali o modelli alimentari più rigidi.

Latto-ovo-vegetariana / Latto-vegetariana o Ovo-vegetariana, basata ovviamente sulla predominanza di alimenti di origine vegetale, ma sono ammesse piccole quantità di cibi di origine animale “indiretti”, ovvero latte e suoi derivati, uova e loro derivati, mentre sono esclusi tutti i tipi di carne e derivati (compreso il pesce);

Vegana, costituita solo da alimenti di origine vegetale. Sono esclusi tutti gli alimenti di origine animale (carni, latte e derivati, uova e persino il miele);

Crudista o Raw Food, prevede solo il consumo di alimenti naturali non trasformati, cioè non riscaldati ad una temperatura superiore ai 40°C (alcune rare varianti prevedono carne o sono onnivore, ma seguono lo stesso principio della trasformazione in base alla temperatura);

Fruttarismo, prevede esclusivamente il consumo di tutti i frutti dei vegetali intesi dal punto di vista botanico. A questa categoria appartengono naturalmente i frutti dolci universalmente riconosciuti, ma anche alcuni ortaggi come pomodori, melanzane, peperoni, zucche, zucchine e cetrioli e anche olive e avocado. Essenzialmente non viene utilizzato il fusto della pianta né le radici per non comportare un danno per la vita della pianta. Per alcune correnti di pensiero sono accetti i semi, mentre per altre no, poiché se mangiati non consentono alla pianta di riprodursi.

Lasciando a parte i regimi vegetariani molto restrittivi, ma quali carenze possiamo avere adottando una dieta vegetariana o vegana?

Per prima cosa viene da pensare alle proteine, ma in realtà, se la dieta è correttamente formulata e varia, con i giusti fabbisogni calorici ed un buon apporto di proteine complementari, il fabbisogno proteico può essere considerato raggiunto;

La dieta vegetariana è da sempre associata a carenza di Vitamina B12. I latto-ovo-vegetariani sono in grado di ricavare adeguate quantità a partire da latticini, uova o altre fonti, mentre i vegani devono assumere degli alimenti fortificati. Questo perché tale vitamina è contenuta esclusivamente nei prodotti di origine animale. La carenza negli adulti è associata al rischio di sviluppare Alzheimer, sclerosi multipla, psicosi, sbalzi d’umore, perdita della memoria, depressione, mielopatia, neuropatie e altre patologie. Durante gravidanza e allattamento una sua carenza può essere causa di gravi problemi dello sviluppo del bambino;

Spesso i vegetariani, e ancor di più i vegani, dimostrano una bassa concentrazione plasmatica di acidi grassi omega-3 e omega-6;

Il Ferro: notoriamente la sua bio-disponibilità da alimenti vegetali è molto più bassa rispetto a quella degli alimenti di origine animale, e questo è dovuto ad una sua forma che è meno assorbita nel nostro intestino e dal fatto che alcuni vegetali presentano alte concentrazioni di sostanze che inibiscono l’assorbimento di alcuni micronutrienti come, appunto, il Ferro;

I vegani presentano un’insufficiente introduzione di Zinco che dovrebbe essere incrementata del 50%;

L’introduzione di Calcio è molto variabile a seconda della tipologia di regime alimentare seguito. Sicuramente mentre un vegetariano riesce a coprire i fabbisogni, un vegano, invece, avrà delle assunzioni medie considerevolmente inferiori;

Lo Iodio: molti soggetti sono a rischio di carenza, in quanto le diete vegetariane non prevedono il consumo di pesce notoriamente ricco in questo micronutriente;

La Vitamina D: sono state riscontrate basse concentrazioni tra soggetti vegetariani adulti e pediatrici. In questo caso è importante regolare bene l’esposizione al sole e l’utilizzo di alimenti arricchiti o di una supplementazione di tale vitamina.

Concludendo in base a Linee Guida e posizioni ufficiali delle Associazioni di Dietetica o dell’OMS: le diete vegetariane correttamente pianificate, anche quelle vegane, sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale e possono conferire benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie. Possono essere appropriate per tutti gli individui durante tutti i cicli vitali, inclusa gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia, adolescenza e per gli atleti. Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che la dieta vegetariana risulta associata ad una riduzione del rischio di morte per cardiopatia ischemica. I vegetariani evidenziano livelli inferiori di colesterolo e di pressione arteriosa e ridotti tassi di diabete mellito di tipo 2 rispetto ai non-vegetariani. Tendono ad avere un ridotto indice di massa corporea (BMI) e ridotti tassi di cancro. Ovviamente una dieta vegetariana ben pianificata ha bisogno della consulenza di un professionista della nutrizione esperto, in grado di elaborare piani dietetici equilibrati per soddisfare i fabbisogni nutrizionali ed evitare il rischio di carenze, raccomandando, dove necessario, l’invio al medico per la prescrizione e l’assunzione di integratori.

Sesso: i vegetariani hanno una vita sessuale migliore

di dottor Filippo Tartaglini – iobenessere.it – Diritti riservati

Una dieta vegetariana favorisce la vita sessuale, ha dimostrarlo è una ricerca condotta negli Usa: anche se più esili di corporatura i vegetariani hanno prestazioni migliori tra le lenzuola rispetto ai cugini carnivori consumatori di carni e hamburger.

Il trucco sembrerebbe essere il maggior consumo di soya e di tofu, oltre naturalmente alla più grande presenza di vegetali nella dieta.

Lo studio è stato condotto dall’allora studente Michael Wasserman per il suo corso di specializzazione all’università di Berkeley, ricerca pubblicata poi sulle pagine della rivista scientifica “Hormones and Behaviour”: probabilmente per la prima volta si è studiata seriamente la relazione tra gli ormoni del sesso (principalmente fitoestrogeni) presenti nei vegetali e nelle piante e il comportamento dei primati.

I risultati mettono in evidenza l’influenza delle piante sui livelli ormonali e quindi sulla prestazione a letto: l’ipotesi è stata verificata su un gruppo di colobi rossi del parco nazionale di Kibale in Uganda che, in quanto primati, dovrebbero avere reazioni fisiologiche simili a quelle degli uomini.

Lo studio è durato meno di un anno, per la precisione 11 mesi ed è stato condotto registrando il loro comportamento, la loro aggressività e la frequenza degli accoppiamenti in base a ciò che le scimmie mangiavano; inoltre venivano periodicamente analizzate le feci per vedere le variazioni ormonali di ogni animale.

I colobi che si nutrivano con le foglie di un albero tropicale, ricco di sostanze estrogene molto simili alla soia, risultavano avere una concentrazione maggiore di estradiolo, un ormone legato al sesso: per questo motivo passavano più tempo ad accoppiarsi e meno a prendersi cura di se stessi: questo risultato potrebbe sfatare il mito e il luogo comune che vedono i carnivori come quelli con una maggiore carica sessuali e con maggiori virtù a letto.

Da oggi un motivo in più per mangiare più verdure fresche ogni giorno: oltre a farci dimagrire, rimanere più sani e belli, è anche un valido aiuto sotto le lenzuola.

Perché dopo il Covid aumenteranno vegetariani e vegani

di Massimiliano Di Giorgio – Giornalista

Diritti riservati: Huffingpost.it

Una necessaria premessa, che per qualcuno forse suonerà inutile: vegetariani e vegani, crudisti e frugivori, pescetariani, macrobiotici e flexitariani, possono ammalarsi di Covid-19 come un onnivoro qualsiasi. Non c’è nessuno studio che indichi il contrario. 

Probabilmente i vegetariani hanno minori rischi di malattie cardiache – lo indicava a settembre 2019 una ricerca dell’Università di Oxford – ma in compenso per loro aumenterebbero i rischi di ictus. Poi, ovviamente dipende da quanto tempo una persona ha abbracciato un sistema regime alimentare senza o con poca carne (e derivati), da quali patologie soffra, dalla sua età. Ma il vegano (o il vegetariano) “immune” non esiste, per la semplice ragione che il virus si trasmette anche tra gli esseri umani: non soltanto da altri animali a persone e solo in casi sporadici.

Ma è proprio l’origine in altri animali di certi virus, le cosiddette zoonosi, che sembra contribuire all’aumento di coloro che non vogliono più consumare carne. E alcuni segnali economici già si registrano.

In Cina – che pure è il principale allevatore mondiale di suini, tra i principali esportatori di pollame e dove, soprattutto nel sud, c’è una cultura del consumo di carne “esotica” – c’è un boom nella vendita di cibi con proteine vegetali e non più animali, indicava a fine aprile un reportage dell’agenzia Reuters. 

E l’India, scrive l’agenzia Afp, registra un forte incremento di domanda anche estera per il cosiddetto jackfruit – o giaca – un grosso frutto molto diffuso nel Sudest asiatico (e in genere ai Tropici) che ha un odore pungente ma che è molto nutriente e considerato nelle diete un possibile sostituto della carne. La ragione di questi cambiamenti almeno momentanei di abitudini alimentari sta proprio nella paura del virus.

Nel 2018, secondo lo Ipsos MORI Global Advisor Survey, i vegetariani erano il 5% della popolazione, mondiale, i vegani il 3%, come i pescetariani, mentre i flexitariani (cioè coloro che normalmente sono vegetariani ma di tanto in tanto consumano carne o pesce) erano il 14%. Le donne sono più “veggie” degli uomini, i giovani degli anziani. La maggior parte delle persone, in Occidente, segue diete senza carne per questione di salute, più che per la preoccupazione per gli altri animali. Soltanto per parlare dell’Europa, a far aumentare il numero dei vegetariani sono state certamente vicende come quelli dei “polli alla diossina” o della “mucca pazza”.

Tra Covid e consumo della carne non c’è un legame direttissimo. Ma la combinazione dello sfruttamento massiccio degli ecosistemi, come la riduzione delle foreste selvagge, e degli allevamenti intensivi di animali da carne (e latte), nonché della maggiore mobilità internazionale, aiuta certamente la diffusione dei virus.

Ecco perché diversi esperti invitano a ripensare il sistema dei consumi, gli stili di vita, imponendo subito standard di sicurezza più elevati ai mercati della carne. Senza dimenticare quanto pesa il sistema degli allevamenti sia sulle risorse alimentari vegetali (è il vecchio ma sempre valido discorso di quanto terreno, acqua, sementi etc si sprecano per dar da mangiare ad animali e che invece potrebbero essere impiegati per produrre direttamente cibo per gli umani) che sulle emissioni di gas a effetto serra.AL