Il Fenomeno Vegan è Social

Diritti a: https://icones.it/fenomeno-vegan-social/

Galeotti furono Facebook e Instagram per aver diffuso il fenomeno culinario più in voga del momento, quello Vegan. Dimostrato è il rapporto tra l’aumento del numero dei vegani e il proliferare di gruppi, pagine e profili social della tanto riverita dieta. Lo stile di vita Vegan fa presa nella società moderna e con esso la coscienza di molti onnivori sempre più sensibili ad argomenti come salute ed ecologia, ma soprattutto, più esposti ai nuovi mezzi di diffusione della cultura Vegan.

All’aumento dei vegani hanno notevolmente contribuito i social media, tanto che secondo Ignacio Garcia Zoppi, antropologo digitale e fondatore di Tree Intelligence, le emozioni determinano se una campagna social, contro o a favore di un’istituzione o un brand, arriverà al punto di svolta. Occorre far leva in primis su un pubblico sensibile, tramite immagini che evocano empatia e che fanno sì che il contagio emozionale sia efficace; in secondo luogo deve esserci la presenza di una potenziale minaccia; infine un target istituzionale responsabile da prendere di mira.

I social puntano sulla condivisione di video e foto per la sensibilizzazione al concetto di sofferenza animale attraverso campagne divulgative spogliate dai sensi di colpa. La diffusione, inoltre, passa per mezzo dell’hashtag #vegan e degli account che promuovono uno stile di vita sano, supportati da cambiamenti tangibili nei supermercati, luoghi in cui i prodotti a marchio Vegan sono in crescita. Il mondo Vegan, però, non fa leva solo sul senso di colpa ma anche sul gusto.

A tal proposito, molte sono le riviste in cui trovare ricette, tanti i portali online e i libri in cui scoprire curiosità su come “convertirsi” ad un nuovo stile di vita. In notevole crescita anche gli influencer vegani che organizzano workshop, diventano testimonial e postano foto con l’obiettivo di prendere per la gola i propri followers.
Che dire. Il ruolo dei social media è diventato quello di un vero e proprio ambasciatore di tendenze.

Dieta: in 500.000 accettano la sfida di Veganuary e diventano vegetariani per un mese

Diritti riservati a Valentina Dirindin – dissapore.com

In 500.000 accettano la sfida annuale di Veganuary a diventare vegani per un mese: è il record di sempre, e il successo dell’iniziativa è soprattutto in Gran Bretagna.

Ha raggiungo la cifra record di 500.000 iscritti la sfida di Veganuary a mangiare solo cibi a base vegetale per un mese.

La cifra è il doppio di quella che si era impegnata l’anno precedente a fare la stessa scelta veg. Un quarto di coloro che raccolgono la sfida – 125.000 – sono nel Regno Unito e quest’anno i supermercati britannici, tra cui Tesco, hanno contribuito al successo della sfida promuovendola con le loro pubblicità. Non a caso il mondo veg è uno degli obiettivi delle grandi aziende del food per il futuro.

Veganuary è una campagna globale che prova a coinvolgere le persone nell’universo veg, sfidandole a fare una prova di un mese. Ai partecipanti vengono fornite una serie di ragioni per scegliere di tagliare la quantità di alimenti animali nella loro dieta, dal ridurre la sofferenza degli animali, al migliorare la salute o aldiminuire i danni ambientali causati dalla produzione alimentare.

“Mi sembra davvero che la scelta di una dieta a base vegetale non sia più un tema controverso”, ha detto Toni Vernelli, rappresentante di Veganuary, commentando il successo dell’iniziativa di quest’anno. “Quasi tutti hanno accettato che dobbiamo ridurre i prodotti animali nella nostra dieta per ragioni ambientali”.

Vegetariano con “Joia”

Diritti: Simone Bauducco – https://www.rsi.ch/news/oltre-la-news/Vegetariano-con-Joia-13730506.html

È svizzero, lavora a Milano e si chiama Pietro Leemann uno degli chef vegetariani più famosi d’Europa.

“Il lusso in cucina non è il caviale o il tartufo, ma la relazione diretta con la natura e con i contadini che fanno qualità”. Lo chef svizzero Pietro Leemann è uno dei più importanti chef vegetariani d’Europa. Nel 1989 insieme a un gruppo di amici ha aperto a Milano il “Joia”. “È stato come un fulmine a ciel sereno – racconta lo chef mentre controlla la squadra di giovani cuochi in cucina – in quel periodo c’erano pochi ristoranti vegetariani ed erano per lo più legati a religioni o filosofie”. Il Joia vuole rompere questo schema e ci riesce. A sette anni di distanza dalla nascita, nel 1996, diventa il primo ristorante europeo vegetariano ad ottenere la stella Michelin.

Durante la pandemia, anche il Joia ha iniziato a proporre i suoi piatti per l’asporto: “È stato fondamentale non tanto dal punto di vista delle entrate, ma per mantenere unita la squadra in vista di quando potremo tornare a pieno regime”. Intanto lo chef vive tra la Svizzera e l’Italia: “Ho provato a portare un po’ di “svizzeritudine” in Italia e di “italianitudine” in Svizzera perchè l’essenza della vita è negli scambi. La vita ha senso se ci sono degli scambi”.

Simone Bauducco 

Adidas lancia scarpe vegane realizzate con pelle di fungo

Diritti riservati a: https://vegconomist.com/fashion-und-beauty/adidas-to-launch-vegan-shoes-made-with-mushroom-leather/

Adidas ha rivelato che sta lavorando su scarpe vegane realizzate con un’alternativa in pelle biodegradabile a base di funghi. Per sviluppare le scarpe, ha collaborato con Bolt Threads , l’azienda biotecnologica che produce la pelle.

Conosciuto come Mylo ™ , il materiale è realizzato con micelio, la parte del fungo che si estende sotto terra.

Adidas ha lanciato per la prima volta le scarpe vegane lo scorso giugno , quando ha realizzato versioni senza animali di due delle sue scarpe più iconiche. Sono stati realizzati con poliestere riciclato rivestito in poliuretano. Poco dopo, l’azienda ha lanciato una linea ecologica chiamata Clean Classics , realizzata con materiali naturali e riciclati.

Ma il marchio ha fissato obiettivi di sostenibilità ambiziosi e rendere le sue scarpe biodegradabili è un traguardo importante. Non è ancora chiaro quando saranno disponibili le nuove scarpe a base di funghi.

Le scarpe biodegradabili sono solo una delle iniziative di sostenibilità di Adidas: ha già smesso di utilizzare pellicce di animali nei suoi prodotti e molte delle sue scarpe sono ora realizzate con plastica riciclata raccolta dalle spiagge. Dice che il 60% dei suoi prodotti utilizzerà poliestere riciclato nel 2021 e sta anche lavorando su cotone riciclato. L’azienda mira ad essere carbon neutral entro il 2050.

“La sostenibilità è parte integrante della filosofia aziendale di Adidas”, ha affermato Kasper Rorsted, CEO di Adidas. “Abbiamo collaborato con i nostri fornitori per creare le strutture che permettano di lavorare materiali riciclati su larga scala. Il nostro impegno non solo rende Adidas più sostenibile, ma guida anche lo sviluppo dell’intero settore “.

The Not Company: l’azienda che “crea” cibo con l’intelligenza artificiale

di Jaqueline Facconti per vi-group.it

L’incredibile caso della start up cilena Not Company ovvero NotCo risponde ad una delle crescenti sfide relative alle alternative vegane ai cibi di derivazione animale.

Come ricreare il sapore dei cibi di origine animale proponendo alternative vegane? Ovviamente con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. 

NotCo, la startup cilena di foodtech

NotCo, la startup cilena famosa per la sua maionese vegana, ha annunciato che collaborerà con la catena di supermercati brasiliana, Grupo Pão de Açúcar (GPA). 

La startup cilena foodtech sostenuta finanziariamente da Jeff Bezos mira a stringere nuove partnership di distribuzione commerciale e ad avventurarsi in mercati sempre più grandi, come il Brasile.

NotCo è la start up famosa per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per ricreare carne e prodotti caseari con alternative vegane.

Nel tempo, è diventata particolarmente nota per la sua maionese vegana fatta di ceci.

Altri prodotti disponibili in circa 1.000 store di alimentari includono Not Milk e Not Ice Cream.

La popolarità di questi prodotti sta decretando la crescita della start up cilena sul mercato.

Ci aspettiamo di raggiungere una quota di mercato a due cifre in queste tre categorie di prodotti nei prossimi tre anni“, ha dichiarato Mathias Muchnick, CEO e co-fondatore di NotCo.

Deteniamo già il 10 percento della quota di mercato“.

La start up cilena NotCo punta sul Brasile

Lo scorso marzo, il gruppo ha raccolto oltre 30 milioni di dollari da Bezos Expeditions, di proprietà del CEO di Amazon Jeff Bezos. Gran parte di questi fondi ha reso possibile la collaborazione tra NotCo e GPA.

Nel medio-lungo termine, la start-up cilena prevede che un giorno il Brasile possa diventare il suo principale consumatore di prodotti vegani.

Una grande parte di questo investimento sta andando in Brasile“, ha dichiarato Muchnick, che ha fondato la società nel marzo 2017 con Karim Pichara e Pablo Zamora.

Puntiamo sul Brasile affinchè diventi il nostro più grande mercato entro 12 mesi.”

Per il momento, NotCo spedirà i suoi prodotti dal Cile al Brasile fino a quando non aprirà degli stabilimenti produttivi.

Secondo una nota della stessa start up cilena, la società alimentare punta a produrre localmente i prodotti entro 3-4 mesi senza fondare alcuno stabilimento produttivo.

La strategia non è mai quella di costruire una fabbrica“, ha dichiarato Muchnick.

Qui abbiamo trovato diversi partner per fare produrre i nostri prodotti a livello locale”.

Jeff Bezos ha investito sulla start up cilena NotCo

La start-up cilena The Not Company (“NotCo”) ha recentemente raccolto $ 30 milioni da diversi fondi, inclusi i fondi di investimento controllati dal fondatore di Amazon Jeff Bezos.

La start up cilena è stata fondata nel 2015 dall’ingegnere biotecnologico Matías Muchnick, dal biochimico Pablo Zamora e dallo scienziato informatico Karim Pichara.

I prodotti vegani a marchio NotCo sono realizzati con l’ausilio di “Giuseppe“, una piattaforma di intelligenza artificiale che identifica le proteine ​​vegetali che possono “imitare” per consistenza e sapore i prodotti animali.

NotCo si pone come mission quella di competere con i colossi della produzione alimentare tradizionale.

Tecnologia alimentareintelligenza artificiale delle macchine e ingredienti di origine vegetale si combinano in modo efficiente per produrre fonti proteiche di origine non animale, sottolinea Elio Leoni Sceti, co-fondatore di The Craftory, un fondo che ha finanziato il progetto NotCo.

“Siamo entusiasti di lavorare con Matías e il team NotCo”.

Attualmente, la start up cilena distribuisce il suo prodotto di punta, Not Mayo a base di ceci, in oltre 1.000 stores cileni.

Inoltre, prevede di utilizzare l’attuale round di finanziamento per sviluppare nuovi prodotti (come gelato vegano, yogurt e latte) e di espandere i canali di distribuzione in Messico e negli Stati Uniti entro la fine dell’anno.

I prodotti NotCo sono presenti sugli scaffali del colosso statunitense Walmart

La startup cilena The Not Company ha lanciato una linea di prodotti vegani, che sono presenti nell’assortimento del colosso statunitense Walmart.

Il prodotto più commercializzato è una maionese senza uova, la Not Mayo a base di ceci, acqua e sale, che è attualmente disponibile in alcuni paesi del Sud America.

Not Mayo” è una maionese dal gusto e dalla consistenza incredibilmente simile alla versione standard, composta solo da ingredienti che includono basilico, piselli, patate e olio di canola, anziché uova, e olio vegetale.

Vogliamo cambiare il modo in cui produciamo il cibo che amiamo“, ha dichiarato Matias Muchnick, CEO di Not Company, “piuttosto che cambiare il cibo che amiamo”.

La società, che è attualmente il terzo produttore di maionese del Cile, distribuirà ben presto anche Not Yoghurt, Not Milk e Not Cheese.

Siamo un’azienda tecnologica, non un’azienda alimentare. Vogliamo sviluppare prodotti per altre società“, ha affermato Muchnick.

Il 92% di coloro che consumano la nostra maionese non è vegetariano. Le persone non si rendono nemmeno conto della differenza.”

E perché sostituire la carne con i vegetali?

L’industria zootecnica è la causa principale dei problemi ambientali“, sostiene Muchnick.

Si “deve impegnare una quantità enorme di risorse come terra, acqua ed energia per produrre un chilo di carne”.

La crescita esplosiva del business della “carne vegana” affascina anche celebrità del calibro di Bill Gates e di Leonardo Di Caprio.

I medici inglesi: “Il cibo condiziona l’intelligenza”

NEW YORK
Se volete che i vostri figli diventino più intelligenti fateli crescere da vegetariani. E’ questo l’ultimissimo consiglio per i genitori che emerge da uno studio della Southampton University pubblicato dal British Medical Journal e frutto di una ricerca durata ben venti anni, dal 1970 al 1990. All’origine degli sforzi del team di studiosi guidato da Catharine Gale c’era l’intenzione di verificare possibili connessioni fra il tipo di alimentazione ed il livello di intelligenza dei bambini. Nacque così la decisione di studiare da vicino un campione di 8179 bambini di dieci anni di età che vennero sottoposti ai primi test. Venti anni dopo, al compimento dei 30 anni di età, allo stesso campione è stato chiesto di svelare le proprie abitudini alimentari ed in 366 si sono detti vegetariani, ovvero il 4,5 per cento del totale pari all’equilibrio che in genere si trova nei Paesi occidentali.

Genio e verdura
Nel 1990 è così iniziata la fase della misurazione dei quozienti di intelligenza ed i risultati ottenuti hanno lasciato assai pochi dubbi: fra i ragazzi – oramai uomini – vegetariani il livello ai test «Iq» è risultato essere 106, ovvero 5 punti in più dei non vegetariani, mentre nel caso delle donne il divario è risultato essere 104 a 99 punti. E’ interessante notare che a dimostrare il quoziente di intelligenza dei vegetariani sono stati anche quei 100 fra loro che hanno ammesso di aver saltuariamente «sgarrato», continuando a mangiare carne o pesce.

«Si tratta di risultati che parlano chiaro – è stato il commento della dottoressa Gale -, i bambini che diventano più intelligenti in età adulta rispettano un’alimentazione vegetariana ed uniscono a questo migliore quoziente un migliore stato di salute, soprattutto per quanto riguarda la situazione cardiaca».

Orgoglio vegetariano
Le conseguenze sono molteplici: i vegetariani hanno un’istruzione migliore, escono dalle scuole ed università più ambite, trovano posti di lavoro più remunerati e dunque guadagnano e spendono di più, diventando – in percentuale – uno dei motori dello sviluppo economico del Paese dove risiedono. Nel gotha dei vegetariani più noti figurano il cantante Paul McCartney, l’attrice Jenny Seagrove, lo scrittore George Bernard Shaw e Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti. Se esaminare le conseguenze dello studio è facile, Gale ammette che altrettanto non si può affermare per le cause: i ricercatori infatti non sono riusciti a dimostrare scientificamente perché non mangiare pesce o carne rende più intelligenti. Il risultato dello studio non fornisce dunque un motivo preciso del fenomeno riscontrato – evitando di sostenere la tesi di ricerche passate sulle maggiori potenzialità di alimenti come frutta, vegetali e grano – ma attesta che la differenza di intelligenza è certa, al di sopra di ogni ragionevole dubbio, ed è riassunta nei 5 punti in più che vengono sistematicamente ottenuti dai vegetariani in ogni possibile test di misurazione delle capacità intellettive.

«Non possiamo escludere neanche – ha spiegato la Gale – che siano le persone intelligenti a diventare vegetariane a causa di una maggiore attenzione per la salute degli animali che sono all’origine dei cibi che arrivano sulla tavola».

Per i vegetariani lo studio britannico è comunque un motivo di grande orgoglio. «Abbiamo sempre saputo che essere vegetariani è una scelta intelligente, compassionevole verso gli animali ed attenta all’ambiente ma ora ne abbiamo la prova scientifica – ha commentato Liz O’Neill della Vegetarian Society – e questo forse spiega anche perché chi si limita a ridurre le quantità di carne consumate non mangiando pollo o tacchino, ama comunque definirsi vegetariano».

Fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/200612articoli/15535girata.asp

Vitamina D

Articolo del dottor Federico Baranzini

Diritti riservati: https://www.federicobaranzini.it/

Secondo le stime ufficiali, all’incirca un miliardo di persone nel mondo soffrono di carenza o insufficienza di vitamina D.

Gli individui a più alto rischio di carenza di vitamina D includono le persone che vivono lontane dall’Equatore, le persone affette da problemi medici (come ad esempio l’obesità, le malattie del fegato, la celiachia e le malattie renali), le persone anziane e le persone con la pelle scura.

Secondo quanto scoperto grazie al National Health and Nutrition Examination Survey (Sondaggio nazionale sulla salute e l’alimentazione), che ha preso in esame più di 15 000 adulti, gli individui con la pelle scura presentano dei livelli più bassi di vitamina D, dal momento che gli alti livelli di melanina presenti nel loro organismo impediscono l’assorbimento della vitamina D.

Questo solitamente avviene quando la pelle è esposta alla radiazione ultravioletta che troviamo in natura sotto forma di luce solare.

Indipendentemente dalle cause, la carenza di vitamina D presenta delle conseguenze mediche e psicologiche gravi. Ogni tessuto del corpo umano è dotato di recettori di questa vitamina: possiamo trovarne, ad esempio, nel cervello, nel cuore, nei muscoli e nel sistema immunitario. Ciò significa che la vitamina D è vitale per il funzionamento del corpo umano a tutti i livelli.

La vitamina D, inoltre, è la sola vitamina ad essere al tempo stesso un ormone. Una volta assunta attraverso l’alimentazione o assorbita (sintetizzata) attraverso la pelle, la vitamina D viene trasportata nel fegato e nei reni dove può trasformarsi nella sua forma attiva di ormone. In qualità di ormone, la vitamina D aiuta l’assorbimento del calcio, aiutando a costruire delle ossa, dei denti e dei muscoli più forti.

Oltre al suo ruolo di coadiuvante nell’assorbimento del calcio, la vitamina D attiva quei geni che regolano il sistema immunitario e rilascia i neurotrasmettitori (ad esempio la dopamina e la serotonina) che aiutano il funzionamento e lo sviluppo cerebrale. I ricercatori hanno scoperto dei ricettori di vitamina D su tutta una serie di cellule situate nel cervello, nelle stesse regioni connesse alla depressione.

Il disturbo affettivo stagionale (SAD), un disturbo dell’umore che presenta dei sintomi depressivi caratteristici, si manifesta soprattutto durante i mesi più bui dell’anno, quando la luce del sole è scarsa, coincidendo quindi con la diminuzione drastica dei livelli di vitamina D nell’organismo. Diversi studi hanno suggerito che i sintomi del disordine affettivo stagionale potrebbero essere dovuti ad un cambiamento dei livelli di vitamina D3, che potrebbe influenzare i livelli di serotonina nel cervello.

A causa di questa connessione della vitamina D alla depressione e all’umore, sarebbe indicato verificare i livelli di vitamina D, in particolare della 25-idrossivitamina D, di tutti i nuovi pazienti che si presentano per un consulto psicologico.

Per diversi anni, dei livelli di vitamina D nel sangue pari a 20 ng/mL erano accettati come normali, ma ai giorni nostri, molti ricercatori e medici considerano questi livelli come scarsi. Di recente, infatti, i livelli normali non devono scendere al di sotto dei 30 ng/mL, ancor meglio se questi sono situati tra i 50 e i 75 ng/mL. Nel caso di pazienti con livelli bassi, è bene suggerire un integratore tra i 2 000 IU e i 10 000 IU. È importante notare che l’assunzione d’integratori di vitamina D necessita delle verifiche costanti dei livelli nel sangue a distanza di qualche mese.

Benché gli integratori di vitamina D potrebbero migliorare l’umore, la vitamina D non è che un’infima,  ma importante, parte della cura, dal momento che la depressione può essere causata da una miriade di ragioni. È stato però mostrato in vari casi che la carenza di vitamina D può danneggiare e prolungare la guarigione della depressione.

IL LEGAME TRA CIBO E UMORE

Il cervello e l’intestino sono direttamente collegati, così come la melanconia e la famosa “fame di dolci”. Scopriamo insieme come combatterle!

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https://www.damianogalimberti.it/blog/dieta-comportamentale/il-legame-tra-cibo-e-umore/#:~:text=La%20dieta%20mediterranea%20ricca%20di,facilmente%20all’aumento%20di%20peso.

L’appetito e l’umore sono molto collegati. Alla base di questa influenza c’è un importante neurotrasmettitore, la serotonina, prodotta soprattutto nel tratto gastroenterico, ma anche nel cervello:

  • Nel cervello regola il tono dell’umore, la qualità del sonno, la temperatura corporea, la sessualità e l’appetito. La mancanza di serotonina determina infatti depressione, disturbi ossessivo-compulsivi, ansia, emicrania, fame nervosa e bulimia, eiaculazione precoce maschile;
  • Nell’intestino la serotonina controlla la motilità, l’igiene e il benessere intestinale. Una sua carenza produce stipsi cronica, alterata digestione e rallentamento del transito intestinale.

Cervello e intestino sono quindi direttamente collegati, motivo per cui nei soggetti depressi e melanconici c’è un intestino compromesso, e per cui nella fame nervosa esiste anche un’alterazione del metabolismo della serotonina.

Il precursore della serotonina è il triptofano, un aminoacido che noi non possiamo sintetizzare, ma che è presente nelle proteine animali e vegetali. Il problema, però, è che il triptofano entra all’interno delle cellule umane dopo altri tipi di aminoacidi.

Immagina un traghetto su una sponda del fiume e una lunga colonna di vetture che stanno arrivando per farsi trasportare sull’altra riva. Le auto più veloci arrivano e si accodano prima e quindi hanno una specie di corsia preferenziale.

In modo simile, dopo un pasto ricco di proteine aumentano nel sangue numerosi amminoacidi che hanno la precedenza. Prima del triptofano, entrano così dentro le cellule, soprattutto intestinali e nervose, altri aminoacidi: isoleucina, leucina, tirosina, valina, metionina, fenilalanina.

Il risultato è una riduzione della produzione della serotonina e anche della melatonina, che deriva dalla prima. Il nostro equilibrio ormonale di conseguenza si altera ed ecco che cresce in noi la cosiddetta “fame di dolci”. I cibi ricchi di zuccheri, infatti, aumentano i livelli di serotonina nel sistema nervoso centrale. Quando assumiamo zuccheri, viene prodotto un ormone, l’insulina, che facilita l’ingresso degli amminoacidi nelle cellule, ad eccezione del triptofano. Di conseguenza, il triptofano resta in circolo nel sangue e può essere assimilato dal sistema nervoso centrale. Questo spiega perché i cibi dolci sono in grado di aumentare la serotonina, e quindi il buon umore.

La conseguenza è però che si mangia, si pasticcia e si aumenta più facilmente di peso. La fame di dolci si associa a disturbi intestinali, a disturbi del comportamento alimentare e anche sessuale.

Tutto questo è legato alla carenza iniziale di serotonina, che sarà più grave nel soggetto tendenzialmente triste e melanconico. Vediamo allora come aumentarne i livelli, ma senza correre il rischio di ingrassare!

A livello di dieta, è necessario assumere cibi ipocalorici e nel contempo ricchi di triptofano, ma poveri degli altri aminoacidi. Tale caratteristica è soddisfatta, parzialmente, soltanto da pochi frutti, come la papaya, la banana e i datteri.

Vi chiederete, perché non introdurre più carne e derivati, apparentemente più ricchi in questo aminoacido? Proprio perché la carne è ricca di diversi aminoacidi, che prevalgono sul triptofano. Una via di mezzo è rappresentata da pesce e uova.

Un altro modo per aumentare i livelli di serotonina è quello di praticare attività fisica. I muscoli utilizzano soprattutto aminoacidi detti ramificati, utilizzati per costruire muscolo, e risparmiano il triptofano, che rimane così disponibile per le cellule nervose.

Bisogna poi ricordare che il triptofano non si trasforma in serotonina senza il giusto apporto di vitamine B3, B6 e C. Ecco quindi un elenco di cibi in cui potete trovarle:

  • Vitamina B3: grano, orzo, legumi, pomodori, latte, formaggi, pesce, carote, patate;
  • Vitamina B6: latte, pesce, cereali, patate, formaggi, spinaci, fagioli, carote;
  • Vitamina C:frutta e verdura fresca, soprattutto agrumi, kiwi, peperoni, broccoli.

In questo contesto, una dieta tendenzialmente ovo-pesco-vegetale diventa un’alimentazione particolarmente adatta.

Un ottima bevanda che può aiutarvi a vincere la fame dei dolci è un cucchiaio di cacao amaro sciolto in acqua calda.

Infine, ricerche recenti hanno dimostrato che una adeguata presenza di grassi di tipo omega-3 nel cervello ha effetti antidepressivi e di stimolo della neuro genesi. Non dimentichiamoci infatti che i neuroni sono cellule grasse per eccellenza!

La dieta mediterranea ricca di pesce, frutta, verdura, cereali è dunque preziosa anche per il buonumore, andando a contrastare, se nelle porzioni corrette, lo stesso sovrappeso.

La malinconia, la carenza di serotonina porta quindi più facilmente all’aumento di peso. Dall’altra parte, la socialità e l’allegria  favoriscono il mantenimento del peso e agevolano il successo di una dieta dimagrante. Leggete anche gli articoli “La ginnastica del ridere”  e “Ridere allunga la vita” per saperne di più!

Questi alimenti vegani contengono più proteine della carne

Articolo di Ticino Online, diritti riservati

Il fabbisogno di proteine può essere coperto anche con una dieta priva di carne.

La frutta a guscio ad esempio è un cibo ricco di proteine e sostenibile per l’ambiente.

Circa un terzo dell’impatto sull’ambiente legato ai consumi in Europa è causato dall’alimentazione e in particolare dalla produzione di alimenti. Imballaggio, trasporto, immagazzinamento, preparazione e smaltimento sono generalmente meno incisivi. L’allevamento di animali da reddito è particolarmente nocivo per l’ambiente: consuma molte risorse e causa molte più emissioni di gas serra rispetto alla coltivazione di alimenti vegetali. Secondo il WWF, le proteine animali sono responsabili di circa la metà dell’impatto ambientale causato dall’alimentazione. A livello mondiale, oltre l’80 per cento delle superfici coltivabili è utilizzato per la produzione di latticini e carne. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica «Science» nel 2018, l’industria dei latticini e della carne è responsabile del 56-58 per cento di tutte le emissioni di gas serra generate a livello mondiale e del 56 per cento dell’inquinamento delle acque. Al contempo, solo il 18 per cento delle calorie e il 37 per cento di tutte le proteine consumate dall’intera popolazione mondiale derivano dai latticini o dalla carne.

Secondo il wwf, in media un menu vegetariano ha un impatto sul clima tre volte inferiore rispetto a un piatto di carne. L’impronta ecologica di uno svizzero medio nel settore dell’alimentazione si ridurrebbe quindi ad esempio del 24 per cento passando all’alimentazione vegetariana. Rinunciando completamente ai prodotti di origine animale, passando quindi a un’alimentazione vegana, la voce «alimentazione» andrebbe a ridursi del 40 per cento. Gli alimenti vegetali sono quasi sempre migliori per l’ambiente rispetto alle proteine animali. Rinunciando regolarmente a consumare carne, latte o uova è possibile quindi dare un prezioso contributo alla protezione dell’ambiente e del clima.

Nelle discussioni sull’alimentazione sostenibile e sull’impatto generato dagli alimenti di origine animale viene spesso sollevato l’argomento che gli alimenti vegetali contengono troppe poche proteine e che un’alimentazione vegana non è adatta alle persone attive. Gli sportivi d’élite vegani come il tennista Novak Djokovic, il boxer professionista David Haye o il campione di NBA Kyrie Irving dimostrano il contrario. Alcuni alimenti vegetali sono anzi più ricchi di proteine rispetto ai prodotti animali: nella galleria di immagini qui sopra vi presentiamo dieci alimenti vegani e vegetariani che contengono più proteine della carne.