Vuoi avere successo nel tuo lavoro? Inizia a meditare

Quando ancora se ne parlava poco.

di Chiara Di Cristofaro 9 luglio 2014 – Il sole 24 ORE

Stress, incapacità di mantenere l’attenzione e di prestare ascolto, distrazioni continue, fino ad arrivare ad ansia e depressione. È la sindrome del lavoratore moderno, frammentato tra compiti spesso molto diversi tra loro e troppe task da portare a termine. La cura? Secondo numerose ricerche un aiuto concreto potrebbe arrivare dalla Mindfulness, una tecnica che allena la capacità di prestare un’attenzione consapevole e completa al momento presente. E che come effetto ha quello di migliorare la concentrazione e favorire la produttività, il pensiero creativo e la comunicazione efficace.

Quante volte vi è capitato, durante l’ultima settimana, di dimenticare qualcosa di importante o di urgente che dovevate fare? Di dimenticare ciò che qualcuno vi aveva detto? O di mangiare senza sentire quasi nessun sapore? Quante volte vi è successo di iniziare a fare qualcosa e poi chiedervi: “Cos’è che stavo facendo”? Quante volte vi siete sentiti sovraccarichi di impegni, lavorativi e non, o vi siete ritrovati a rincorrere il tempo per paura di non riuscire a portarli a termine? E quante volte questo stato d’animo vi ha fatto sbagliare o rallentare nel vostro lavoro? O magari reagire in maniera sproporzionata a un’osservazione di un collega o di un superiore?

Questo è un quadro piuttosto tipico per molti lavoratori, manager o imprenditori, donne e uomini indistintamente. Un quadro che si traduce non solo con un clima più teso sul posto di lavoro e in famiglia, ma anche con una minore produttività, a tutti i livelli. A livello psicologico e mentale, parliamo di eccesso di stress, di incapacità di mantenere la concentrazione e l’attenzione, di pensiero automatico. E da alcuni anni anche da noi (con un buon decennio di ritardo rispetto ai Paesi anglosassoni) si inizia a ragionare su tecniche e strumenti pratici e concreti che possano contribuire al miglioramento di queste situazioni e la chiave sembra essere quella della consapevolezza.

Per allenare la consapevolezza molte sono le tecniche: dallo yoga, al Tai chi o al Qigong, così come diverse forme di meditazione. E una di queste, quella che ultimamente sembra riscuotere maggiore successo in Occidente, è la Mindfulness, una tecnica definita da Jon Kabat-Zinn, che l’ha teorizzata, come «la capacità di porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante». Il programma da lui ideato è un odei più utilizzati, il Mindfulness-based stress reduction (MBSR). La Mindfulness, dunque, non è una semplice tecnica di rilassamento, né una pratica meditativa classica. Ma una sequenza di tecniche che permettono di sviluppare ed allenare la propria capacità di attenzione consapevole nella vita quotidiana. Troppo new age per il mondo imprenditoriale? «In Italia è ancora un po’ questa la percezione nelle aziende – dice Stefano Marchi, psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed esperto di Mindfulness – mentre in Gran Bretagna o negli Stati Uniti esistono dei veri e propri programmi aziendali, visto che è dimostrato che una pratica di questo tipo fa bene all’impresa e non solo al singolo. Da noi, per ora, sono i singoli, spesso professionisti e manager che si avvicinano a queste tecniche per migliorare la loro performance lavorativa e il loro livello generale di benessere».

Invece, per esempio, nella Silicon Valley alla fine dello scorso anno molto si è parlato della diffusione della pratica di Mindfulness in aziende come Google o Linkedin, solo per citarne un paio. Con l’obiettivo, concreto, di lavorare meglio, per produrre meglio. Anche perché, in realtà, i benefici sono molto concreti e dimostrati scientificamente.

Le pratiche meditative, in generale, si sono dimostrate efficaci per la riduzione di sintomi legati allo stress come l’ansia e la depressione: una ricerca recente della Johns Hopkins Univeristy di Baltimora ha passato in rassegna tutti gli studi fatti finora sulle forme di meditazione, trovando 47 test clinici con oltre 3500 partecipanti che confermano gli effetti benefici descritti. Non solo, diversi studi (uno per tutti) che si è concentrata sulla Mindfulness ha dimostrato che con otto settimane di training si registra un significativo aumento della materia grigia cerebrale nelle aree associate all’apprendimento, ai processi di memoria, alla regolazione delle emozioni e all’attenzione sostenuta, cioè la capacità di mantenere l’attenzione e la concentrazione su un determinato stimolo per un periodo prolungato di tempo: una facoltà fondamentale che oggi è fortemente messa a rischio dalle modalità di lavoro e di pensiero in multitasking. Inoltre, grazie alla pratica della Mindfulness, si è registrato anche un aumento dell’attività nella corteccia prefrontale sinistra che è stata correlata con la presenza di felicità e benessere, così come si evidenzia un generale miglioramento delle risposte del sistema immunitario.

C’è un filone vero e proprio della Mindfulness che si concentra sui benefici e sul training di Mindfulness in azienda, come per esempio nel libro di Michael Chaskalson “The Mindful Workplace” che promette di fornire strumenti pratici per migliorare l’ascolto e la comunicazione tra colleghi, gestire lo stress e rafforzare le relazioni sul posto di lavoro. Insomma, quella apparente distanza tra una pratica simile (ma non uguale) ad alcune tecniche meditative e la ricerca della produttività sembra non essere così ampia. «Le persone veramente interessate al loro lavoro – spiega il professore ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università di Udine, Franco Fabbro – sono quelle molto più concentrate su quello che fanno e molto di meno sui risultati. E la consapevolezza orienta sui processi, piuttosto che verso gli obiettivi». E forse solo un percorso consapevole garantisce il raggiungimento della meta.

I medici inglesi: “Il cibo condiziona l’intelligenza”

NEW YORK
Se volete che i vostri figli diventino più intelligenti fateli crescere da vegetariani. E’ questo l’ultimissimo consiglio per i genitori che emerge da uno studio della Southampton University pubblicato dal British Medical Journal e frutto di una ricerca durata ben venti anni, dal 1970 al 1990. All’origine degli sforzi del team di studiosi guidato da Catharine Gale c’era l’intenzione di verificare possibili connessioni fra il tipo di alimentazione ed il livello di intelligenza dei bambini. Nacque così la decisione di studiare da vicino un campione di 8179 bambini di dieci anni di età che vennero sottoposti ai primi test. Venti anni dopo, al compimento dei 30 anni di età, allo stesso campione è stato chiesto di svelare le proprie abitudini alimentari ed in 366 si sono detti vegetariani, ovvero il 4,5 per cento del totale pari all’equilibrio che in genere si trova nei Paesi occidentali.

Genio e verdura
Nel 1990 è così iniziata la fase della misurazione dei quozienti di intelligenza ed i risultati ottenuti hanno lasciato assai pochi dubbi: fra i ragazzi – oramai uomini – vegetariani il livello ai test «Iq» è risultato essere 106, ovvero 5 punti in più dei non vegetariani, mentre nel caso delle donne il divario è risultato essere 104 a 99 punti. E’ interessante notare che a dimostrare il quoziente di intelligenza dei vegetariani sono stati anche quei 100 fra loro che hanno ammesso di aver saltuariamente «sgarrato», continuando a mangiare carne o pesce.

«Si tratta di risultati che parlano chiaro – è stato il commento della dottoressa Gale -, i bambini che diventano più intelligenti in età adulta rispettano un’alimentazione vegetariana ed uniscono a questo migliore quoziente un migliore stato di salute, soprattutto per quanto riguarda la situazione cardiaca».

Orgoglio vegetariano
Le conseguenze sono molteplici: i vegetariani hanno un’istruzione migliore, escono dalle scuole ed università più ambite, trovano posti di lavoro più remunerati e dunque guadagnano e spendono di più, diventando – in percentuale – uno dei motori dello sviluppo economico del Paese dove risiedono. Nel gotha dei vegetariani più noti figurano il cantante Paul McCartney, l’attrice Jenny Seagrove, lo scrittore George Bernard Shaw e Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti. Se esaminare le conseguenze dello studio è facile, Gale ammette che altrettanto non si può affermare per le cause: i ricercatori infatti non sono riusciti a dimostrare scientificamente perché non mangiare pesce o carne rende più intelligenti. Il risultato dello studio non fornisce dunque un motivo preciso del fenomeno riscontrato – evitando di sostenere la tesi di ricerche passate sulle maggiori potenzialità di alimenti come frutta, vegetali e grano – ma attesta che la differenza di intelligenza è certa, al di sopra di ogni ragionevole dubbio, ed è riassunta nei 5 punti in più che vengono sistematicamente ottenuti dai vegetariani in ogni possibile test di misurazione delle capacità intellettive.

«Non possiamo escludere neanche – ha spiegato la Gale – che siano le persone intelligenti a diventare vegetariane a causa di una maggiore attenzione per la salute degli animali che sono all’origine dei cibi che arrivano sulla tavola».

Per i vegetariani lo studio britannico è comunque un motivo di grande orgoglio. «Abbiamo sempre saputo che essere vegetariani è una scelta intelligente, compassionevole verso gli animali ed attenta all’ambiente ma ora ne abbiamo la prova scientifica – ha commentato Liz O’Neill della Vegetarian Society – e questo forse spiega anche perché chi si limita a ridurre le quantità di carne consumate non mangiando pollo o tacchino, ama comunque definirsi vegetariano».

Fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/200612articoli/15535girata.asp

Alimentazione e diete vegetariane

Diritti riservati: Fulvia Bracali – valdelsa.net

Le diete vegetariane sono ormai molto diffuse, non solo in Paesi che ne hanno una lunga cultura gastronomica (tipo l’India, con circa un 30% della popolazione vegetariana), ma anche in Europa e in Italia (con circa 4,5 milioni di vegetariani pari al 7,1% della popolazione generale, con dati che ne evidenziano una continua crescita!). Quindi sta crescendo ‘’interesse per questo modello alimentare sia per i professionisti della salute, come i Dietisti, che per i ristoratori.

Se pensiamo che questo tipo di alimentazione appartenga solo alle culture orientali o sia una moda degli ultimi anni, ci sbagliamo! Infatti ce ne sono tracce sin dall’antichità con delle motivazioni riconducibili alle nostre: principi etici, morali e religiosi. Tra i personaggi vegetariani più famosi possiamo nominare Platone che nel suo “La Repubblica” sosteneva che una dieta basata su vegetali richiedeva meno terra di una basata su cibi animali – del resto questo se era vero all’epoca, oggi lo è ancora di più a causa degli allevamenti intensivi. E ancora alcuni ordini monastici cristiani e poi Leonardo da Vinci, Jean Jacques Roussaeu. E nel diciottesimo e diciannovesimo secolo in Europa possiamo citare Lev Tolstoj, fino al secolo scorso il più famoso premio Nobel Mahatma Gandhi.

Negli ultimi cinquant’anni la dieta vegetariana si è affermata ancora di più per il diffondersi di correnti di pensiero ed influenze tra cui un interesse crescente verso religioni e filosofie orientali, ma le motivazioni più forti che inducono a scegliere tale modello alimentare riguardano:

Maggiore sensibilità verso il mondo animale: molti vegetariani fanno una scelta etica e rinunciano alla carne per non uccidere gli animali per cibarsene. Spesso quindi pongono maggiore attenzione anche alla tipologia di allevamento degli animali, anche per il solo consumo dei loro derivati;

Maggiore consapevolezza in tema di nutrizione e salute, quindi abbracciano questa filosofia perché pensano che sia il modo più sano di mangiare, anche se molti poi non si affidano a vere evidenze scientifiche né a professionisti della nutrizione rischiando comunque delle carenze;

Concetti di sostenibilità ambientale. Sicuramente produrre carne ha un impatto ambientale importante, sia in termini di emissione di gas serra, sia per il consumo di cereali (dati FAO ci dicono che si utilizza il 35% della produzione mondiale di cereali per nutrire gli animali da carne).

Ma cosa si intende con la parola “vegetariano”? Facciamo chiarezza, in quanto ci sono molte interpretazioni personali o modelli alimentari più rigidi.

Latto-ovo-vegetariana / Latto-vegetariana o Ovo-vegetariana, basata ovviamente sulla predominanza di alimenti di origine vegetale, ma sono ammesse piccole quantità di cibi di origine animale “indiretti”, ovvero latte e suoi derivati, uova e loro derivati, mentre sono esclusi tutti i tipi di carne e derivati (compreso il pesce);

Vegana, costituita solo da alimenti di origine vegetale. Sono esclusi tutti gli alimenti di origine animale (carni, latte e derivati, uova e persino il miele);

Crudista o Raw Food, prevede solo il consumo di alimenti naturali non trasformati, cioè non riscaldati ad una temperatura superiore ai 40°C (alcune rare varianti prevedono carne o sono onnivore, ma seguono lo stesso principio della trasformazione in base alla temperatura);

Fruttarismo, prevede esclusivamente il consumo di tutti i frutti dei vegetali intesi dal punto di vista botanico. A questa categoria appartengono naturalmente i frutti dolci universalmente riconosciuti, ma anche alcuni ortaggi come pomodori, melanzane, peperoni, zucche, zucchine e cetrioli e anche olive e avocado. Essenzialmente non viene utilizzato il fusto della pianta né le radici per non comportare un danno per la vita della pianta. Per alcune correnti di pensiero sono accetti i semi, mentre per altre no, poiché se mangiati non consentono alla pianta di riprodursi.

Lasciando a parte i regimi vegetariani molto restrittivi, ma quali carenze possiamo avere adottando una dieta vegetariana o vegana?

Per prima cosa viene da pensare alle proteine, ma in realtà, se la dieta è correttamente formulata e varia, con i giusti fabbisogni calorici ed un buon apporto di proteine complementari, il fabbisogno proteico può essere considerato raggiunto;

La dieta vegetariana è da sempre associata a carenza di Vitamina B12. I latto-ovo-vegetariani sono in grado di ricavare adeguate quantità a partire da latticini, uova o altre fonti, mentre i vegani devono assumere degli alimenti fortificati. Questo perché tale vitamina è contenuta esclusivamente nei prodotti di origine animale. La carenza negli adulti è associata al rischio di sviluppare Alzheimer, sclerosi multipla, psicosi, sbalzi d’umore, perdita della memoria, depressione, mielopatia, neuropatie e altre patologie. Durante gravidanza e allattamento una sua carenza può essere causa di gravi problemi dello sviluppo del bambino;

Spesso i vegetariani, e ancor di più i vegani, dimostrano una bassa concentrazione plasmatica di acidi grassi omega-3 e omega-6;

Il Ferro: notoriamente la sua bio-disponibilità da alimenti vegetali è molto più bassa rispetto a quella degli alimenti di origine animale, e questo è dovuto ad una sua forma che è meno assorbita nel nostro intestino e dal fatto che alcuni vegetali presentano alte concentrazioni di sostanze che inibiscono l’assorbimento di alcuni micronutrienti come, appunto, il Ferro;

I vegani presentano un’insufficiente introduzione di Zinco che dovrebbe essere incrementata del 50%;

L’introduzione di Calcio è molto variabile a seconda della tipologia di regime alimentare seguito. Sicuramente mentre un vegetariano riesce a coprire i fabbisogni, un vegano, invece, avrà delle assunzioni medie considerevolmente inferiori;

Lo Iodio: molti soggetti sono a rischio di carenza, in quanto le diete vegetariane non prevedono il consumo di pesce notoriamente ricco in questo micronutriente;

La Vitamina D: sono state riscontrate basse concentrazioni tra soggetti vegetariani adulti e pediatrici. In questo caso è importante regolare bene l’esposizione al sole e l’utilizzo di alimenti arricchiti o di una supplementazione di tale vitamina.

Concludendo in base a Linee Guida e posizioni ufficiali delle Associazioni di Dietetica o dell’OMS: le diete vegetariane correttamente pianificate, anche quelle vegane, sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale e possono conferire benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie. Possono essere appropriate per tutti gli individui durante tutti i cicli vitali, inclusa gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia, adolescenza e per gli atleti. Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che la dieta vegetariana risulta associata ad una riduzione del rischio di morte per cardiopatia ischemica. I vegetariani evidenziano livelli inferiori di colesterolo e di pressione arteriosa e ridotti tassi di diabete mellito di tipo 2 rispetto ai non-vegetariani. Tendono ad avere un ridotto indice di massa corporea (BMI) e ridotti tassi di cancro. Ovviamente una dieta vegetariana ben pianificata ha bisogno della consulenza di un professionista della nutrizione esperto, in grado di elaborare piani dietetici equilibrati per soddisfare i fabbisogni nutrizionali ed evitare il rischio di carenze, raccomandando, dove necessario, l’invio al medico per la prescrizione e l’assunzione di integratori.

Essere vegetariani nell’antica Grecia

Diritti 24.it

di

25 aprile 2020

Essere vegetariani nell’antica Grecia, di Plutarco e Porfirio

PESARO – Una doverosa premessa: sono vegetariano. Quindi di parte. Ma proverò a non esserlo, perché essere prevenuti mi infastidisce, sempre.

Uno dei motivi per cui mi sono cancellato da Facebook era il clima d’odio che si respirava (da quel che percepisco, si respira ancora) nei confronti di chi aveva idee diverse.
Ho letto, ieri, della determinazione a reagire agli odiatori di professione e, nell’esprimere solidarietà al sindaco Matteo Ricci, non posso che condividere la scelta anticipata dal vice sindaco Vimini.
Mi capitava di leggere quotidianamente insulti ai vegetariani e ai vegani, con la pubblicazione di grigliate di carne bovina, di bistecche voluminose, e il solito commento poco intelligente: “Alla faccia dei vegani e dei vegetariani!”.
Non mangio carne da decenni, da quattro ho scelto di eliminare anche il pesce, ma non guardo mai il piatto degli altri commensali. Mi accontento di essere soddisfatto del mio, fatto di verdure e legumi, talvolta di uova. E non insulto chi mangia carne. È una sua scelta.
Mi permetto, però, se il tema incuriosisce, di proporvi di rivedere grazie a RaiPlay, la trasmissione Indovina chi viene a cena andata in onda su Rai Tre su Cosa mangeremo?
In nome della fame di carne che ha il pianeta, gli allevamenti intensivi sono sempre più diffusi e praticati. Pulcini con petti enormi, vacche che producono il doppio del latte, salmoni geneticamente modificati. L’inchiesta di Sabrina Giannini affronta aspetti meno conosciuti della produzione intensiva di carne. La globalizzazione del made in Italy è un esempio di come anche alcuni dei prodotti tipici nostrani vengano in realtà da molto lontano, da luoghi colpiti dal disboscamento e dai roghi della Foresta Amazzonica. In questo scenario, in Olanda si sperimentano pollai verticali e avveniristiche fattorie galleggianti. Ma potrà essere questo il nostro futuro?  È una domanda che si ponevano, pensate voi, duemila e più anni fa, nell’Antica Grecia, terra di filosofi, culla dell’uomo che dialoga, s’interroga, s’informa, studia.
Mentre mi preparavo a fare il quarto Cammino di Santiago, il Primitivo che porta da Oviedo a Santiago de Compostela, circa 350 chilometri soprattutto in quota, con tanti saliscendi e quella – la Ruta por Hospitales – che considero la tappa più bella di tutti i cammini, entrai in un sito frequentato dai “pellegrini” e m’imbattei in uno che pontificava, spiegando che per fare un Cammino era necessario riempirsi di proteine animali, altrimenti non si sarebbe arrivati a Santiago de Compostela.
Mi permisi di raccontare che la mia esperienza era diversa e, da vegetariano, non avevo avuto difficoltà a completare i precedenti cammini.
Il presuntuoso mi diede del bugiardo, certificando che era impossibile.
Completai il Primitivo e il giorno dopo partii per Finisterre, totalizzando – tra annessi e connessi – 500 chilometri, nutrendomi di zuppe di fagioli, ceci e lenticche, ma anche tortillas (frittate spesso con patate, ma anche con spinaci, oppure solo uova, la cosiddetta francesa, un’omelette) e revueltos (uova strapazzate con spinaci, asparagi e altri vegetali). Il tutto senza accusare alcun problema, anzi felice nel corpo e nello spirito.
L’anno scorso, completando il Cammino del Nord, da Irun a Santiago de Compostela, i chilometri sono stati  addirittura 900. Seguendo una dieta vegetariana, ovviamente.
Un giorno, a pranzo con amici onnivori, ero l’unico vegetariano. Un commensale, rivolto a chi, sussurrando, gli chiedeva se sapesse perché non mangiassi il pesce, rispose così: “Non lo so, ma è evidente che segue la moda!”. Incredibile. Non mi aveva fatto alcuna domanda, ma per lui seguivo la moda.
Avrei potuto rispondergli facilmente, con le parole della premessa al nostro libro di oggi: Essere vegetariani nell’antica Grecia
La dieta vegetariana, considerata nelle sue forme più o meno rigorose, ha ormai raggiunto una diffusione planetaria, e la sua popolarità sembra in costante crescita. Tuttavia occorre ricordare che questo tipo di alimentazione non è una moda dei nostri giorni, ma esiste fin dall’antichità e ha probabilmente un’origine etico-religiosa, a cui solo in seguito si aggiunsero motivazioni legate alla cura della salute.
Scrive Plutarco (Cheronea 46-48 d.C.; Delfi 125-127 d.C.), filosofo e scrittore seguace della filosofia di Platone:
Tu mi domandi per quale ragione Pitagora si astenesse dal mangiare carne. Io piuttosto mi chiedo meravigliato in quale occasione e con quale stato d’animo un uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue versato, e unì le sua labbra alla carne di un animale morto, e imbandendo tavole con corpi morti e rancidi ebbe anche l’ardire di chiamare prelibatezze e alimenti quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano. Come poterono i suoi occhi sopportare la vista del sangue di animali sgozzati, scorticati e fatti a pezzi? Come poté il suo naso resistere a quel fetore? Perché quelle esalazioni non distolsero il suo senso del gusto?”.
Le pelli strisciavano, le carni muggivano sugli spiedi,
cotte, e crude, e c’era come una voce di vacche.
Omero, Odissea, XII
Questa è un invenzione e un mito, e tuttavia è davvero mostruoso un pasto in cui un uomo si nutre di creature che ancora muggiscono, dando istruzioni su quali animali si possano mangiare, mentre essi sono ancora vivi
E ancora…
Non mangiamo certo leoni e lupi per difenderci;  anzi, questi li lasciamo in pace, e invece catturiamo e uccidiamo le creature miti e indifese, prive di pungiglioni o denti che potrebbero ferirci; animali che, per Zeus, la natura sembra avere creato al solo scopo di mostrare la loro grazia e bellezza.
Porfirio (Tiro il 232 o 233 d.C., Roma inizio quarto secolo) replica così alle scuse addotte da coloro che sono favorevoli al consumo di carne.
…Per questo mi meraviglio di chi ha il coraggio di sostenere che l’astinenza dagli animali è la madre dell’ingiustizia, quando la storia e l’esperienza dimostrano che con l’uccisione degli animali furono introdotti il lusso, la guerra e l’ingiustizia.
È appunto questo ciò che comprese in seguito anche lo spartano Licurgo: benché fosse ormai consuetudine cibarsi di animali, stabilì un insieme di norme tali da escludere completamente il consumo di carne. Egli infatti assegnò a ciascun cittadino una certa quantità di beni, consistente non in mandrie di buoi, pecore, capre o cavalli, e nemmeno in somme di denaro, ma in proprietà terriere che rendevano settanta medimni d’orzo all’uomo e dodici alla donna, e una quantità di frutti liquidi nella stessa proporzione.
Il medimno era un’antica unità di misura che corrispondeva a circa 50 chilogrammi.
Di conseguenza, avendo bandito il lusso da Sparta, gli fu possibile abolire le monete d’oro e d’argento, e consentire unicamente quelle di ferro, che a fronte di un esiguo valore avevano un peso e un volume notevoli…
L’applicazione di queste misure permise di bandire da Sparta un gran numero di ingiustizie. Chi infatti avrebbe voluto rubare o farsi corrompere, portare via o rapinare ciò che non si poteva nascondere e il suo possesso non suscitava invidia, oltre a non essere di alcuna utilità anche se fatto a pezzi?
Una moneta così servirebbe tanto, al giorno d’oggi, soprattutto in Italia.

Viaggiare Vegan

di Federica Maccotta, diritti riservati wired.it

Si chiama World Vegan Travel.

Propone giri turistici su misura per chi ha deciso di eliminare dall’alimentazione quotidiana tutti gli alimenti di origine animale: da Parigi alla Thailandia, dall’Alsazia a Cape Town.

 

Beautiful woman buying tomatoes at a farmers market(foto: Getty Images)

Viaggi su misura per i vegani: da Parigi alla Thailandia, passando per Cape Town. A proporli è un’agenzia, la World Vegan Travel, specializzata nel creare tour ad hoc per chi ha deciso di eliminare dall’alimentazione quotidiana tutti gli alimenti di origine animale: cene in ristoranti gourmet 100% vegesperienze cruelty free e alloggi in strutture che rispettano la natura. Sempre con un tocco di lusso.

Fondata da Brighde Reed (anglo-australiana) e Sebastien Ranger (canadese), l’agenzia ha appena lanciato i pacchetti 2020. Tra le destinazioni dell’anno nuovo: Parigi e l’Alsazia, con tanto di pain au chocolat vegan e soggiorno in una locanda del sedicesimo secolo dove pare abbiano dormito anche Luigi XIV e Napoleone. Ancora, la Thailandia Cape Town e Botswana, per fare il safari e provare il brivido di dormire nella savana in strutture rispettose degli animali.

I tour hanno di solito un numero limitato di partecipanti (fra i 16 e i 28) e in alcuni casi comprendono anche la presenza di influencer dell’universo green. Ovviamente, non è necessario essere rigidamente vegani per partecipare ai viaggi: in un mondo in cui cresce la consapevolezza dell’impatto ambientale di allevamenti & co., possono essere tanti i veg-curiosi attratti da questo tipo di esperienza. Lo dimostra anche il successo di Vegenuary, l’associazione benefica britannica che sprona gli onnivori a provare a seguire una dieta vegana per tutto il mese di gennaio.

Nel 2019 World Vegan Travel ha organizzato quattro viaggi, portando in giro per il mondo oltre 150 turisti vegan. L’agenzia “sta riempiendo una nicchia, creando momenti di lusso in linea con i valori dei vegani”, ha detto a Lonely Planet la fondatrice Brighde Reed. I costi? Per le mete europee si aggirano sui 4.500 dollari, per l’Africa sui 9mila dollari.

Filosofia Vegana

WORLD VEGAN DAY: ANCHE IN ITALIA CRESCE L’INTERESSE PER QUESTA FILOSOFIA DI VITA CHE PARTE DAL FOOD ED È GUIDATA DALLE DONNE. INDAGINE THEFORK: L’80% DEGLI ITALIANI PROVEREBBE UN RISTORANTE VEGANO

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vegan

 

Salutare per il corpo e per l’anima, la cucina vegana è una delle tendenze alimentari in crescita negli ultimi anni. L’attenzione a sostenibilità e salute conducono sempre più a una dieta senza carne, uova e altri derivati animali. Per questo TheFork, tra le principali app di prenotazione online di ristoranti, ha deciso di approfondire il fenomeno attraverso un sondaggio[1] su questo tema in occasione del World Vegan Day – il prossimo 1° novembre.

Ormai da diversi anni le opzioni vegan nel panorama alimentare sono in crescita così come l’interesse dei consumatori. In Europa, l’Italia ha registrato l’aumento più forte di prenotazioni presso i ristoranti che offrono anche piatti vegani: i booking sono cresciuti infatti di 26 volte dal 2016 al 2019. A seguire il Belgio – con un aumento di 12 volte – e la Francia – 10 volte.

L’Italia è anche il paese del gruppo TheFork con il maggior numero di ristoranti con opzioni vegane[2]: il 22% dei ristoranti partner offre almeno un piatto veg nel menù. Seguono la Danimarca con il 20% e il Belgio con il 17%.

Se l’Italia è il paese con il maggior numero di indirizzi vegan friendly, a livello di città è Parigi a offrire la più ampia scelta con 293 ristoranti, seguita da Barcellona (266). In Italia la top tre è costituita da Roma (264), Milano (124) e Torino (55).

Dal punto di vista dei consumatori, a livello europeo gli spagnoli si sono detti più interessati a questo trend (43% dei rispondenti), seguiti dai francesi (36,7%) e dagli italiani (26,4%).[3] Le donne sono in generale più propense a uno stile di vita vegano rispetto agli uomini (40% vs. 33%) e laddove i consumatori non si sono dimostrati interessati ad abbracciare questa filosofia, la maggior parte si è dichiarata disposto a ridurre il consumo di carne in futuro (51% dei rispondenti).

In Italia il trend risulta positivo con l’81% dei rispondenti che dichiara di voler provare un ristorante vegano e il 48% si dice interessato a limitare il consumo di carne in futuro.

Per semplificare la ricerca di ristoranti vegani, TheFork ha inserito tra i suoi tag di ricerca il filtro piatti vegani: basta digitarlo nell’apposito campo per avere una selezione dei ristoranti con opzioni veg nelle vicinanze. E per gli indecisi, ecco gli indirizzi che hanno ottenuto a oggi i giudizi migliori:

Pesto di Pistacchio, Trani

“Deliziosamente vegan”, così si definisce il ristorante Pesto di Pistacchi di Trani. La filosofia del ristorante non è tanto quella di seguire una “moda” ma quella di proporre una cucina di alta qualità ed etica allo stesso tempo. Da provare: Sformatino di patate e anacardi su vellutata di topinambur con tartufo in scaglie.

Flora Vegano e Gluten Free, Verona

A Verona il ristorante Flora è una certezza per celiaci e vegani: qui non troverete neanche una traccia di glutine e nessun prodotto di derivazione animale. Il motto è “Eat different”, mangiare in modo diverso senza dimenticare la gioia del buon cibo. Da provare: Vellutata di zucca con cous cous di macadamia.

Vitto Pitagorico, Napoli

Vitto Pitagorico è un ristorante pizzeria vegano, vegetariano e crudista. Qui troverete una carta ricca e per tutti i gusti, dai primi – tutti con nomi molto particolari – alle zuppe. Da provare: la zuppa Nirvana, una zuppa crudista al latte di cocco, broccoli, funghi, zenzero e peperoncino.

Missfagiola Green Lab, Bologna

Quando un bolognese dice che qualcosa “lo sfagiola” significa che gli piace proprio tanto! Ed è quello che penserete dopo un pasto da Missfagiola Green Lab, dove Alessia Gaggioli – proprietaria bolognese doc – propone un menù green tutto da scoprire. Da provare: Pappardelle raw km0, pappardelle crudiste di carote bio al burro di mandorle.

VgOloso, Venezia

Come dice il nome stesso del ristorante, da VgOloso troverete molte golosità tutte 100% vegetali, con opzioni senza glutine e biologiche. Da provare: Penne di riso, curcuma e zenzero con salsa alla zucca, cardamomo e mandorle tostate.

Albaspina BioAgriturismo Vegan, Monticello Conte Otto (Vicenza)

In un luogo incantevole nel vicentino troverete il BioAgriturismo Albaspina, dove poter gustare una cucina completamente vegana, fatta con ingredienti bio di alta qualità e con verdure appena raccolte dall’orto. Da provare: Polpettine di anacardi e melanzane con sugo di pomodorini e peperoni in cestino di pane con salsa guacamole.

Momo Cucina Sana, Pontedera (Pisa)

In questo ristorante di Pontedera, nel pisano, troverete una cucina sana – come dice il nome stesso del locale – sfiziosa e 100% vegetale, con dei nomi tutti particolari. Da provare: Cibo per la pace, riso basmati, purè di lenticchie, curry di verdure, chutney e cracker.

Cavò Bistrot, Cagliari

Stagionalità, biologico e cucina vegetale sono gli elementi chiave che compongono l’offerta del ristorante Cavò Bistrot di Cagliari. Qui tutto è preparato e trattato con la finalità di rimanere fedeli al gusto delle materie prime. Da provare: Cagliari Milano A/R, un risotto allo zafferano con crema di anacardi e mandorle, Campari e Mirto.

La Dispensa di Amelia, Arezzo

Nella dispensa di Amelia troverete solo prodotti di prima qualità con cui vengono preparati piatti di origine completamente vegetale, con cui si cerca di reinterpretare la tradizione in chiave contemporanea. Da provare: Omelette veg con cipolle rosse di Tropea caramellate al Sirah e maionese al tartufo.

Flower Burger (Torino)

Flower Burger è ormai noto a tutti come il primo ristorante che è riuscito a combinare tutto il gusto dei burger con una cucina completamente vegetale. Con indirizzi sparsi in tutta Italia (RomaRiminiBariPalermo, sono solo alcuni), non potrete non apprezzare i loro piatti colorati e sfiziosi. Da provare: Spicy Cecio, fatto con pane giallo, burger di ceci e orzo, tartare di cipolle di Tropea, pomodori, insalata, spinaci e salsa spicy.

Vegani a destra, vegetariani a sinistra

Vegani a destra, vegetariani a sinistra. Ma chi lo fa per l’ambiente?

 

Il Rapporto Italia 2019 di Eurispes conta che 7 italiani su 100 (precisamente il 7,3%) sono vegetariani o vegani: il 5,4% del campione esaminato si dichiara vegetariano e un ulteriore 1,9% vegano. Sono tanti o sono pochi? Sostanzialmente gli stessi di cinque anni fa: nel 2014 il 7,1% del campione intervistato era  vegetariano o vegano, nel 2016 addirittura l’8%.

Un altro 4,9% di italiani ha ammesso di essere stato vegetariano ma di essere ritornato a una dieta onnivora. Nel complesso comunque si registra un aumento di un punto percentuale di persone che hanno scelto di non mangiare più nessun prodotto animale rispetto al 2018: nel 2018 i vegani all’interno del campione esaminato erano lo 0,9%, nel 2014 lo 0,6%. Sono diminuiti invece i vegetariani: erano il 6,2% degli intervistati nel 2018, anche se gli esperti precisano che quest’ultima variazione potrebbe essere spiegata dal passaggio da una dieta vegetariana a una vegana.

 

Il rapporto Eurispes correla questa abitudine alimentare anche con l’orientamento politico, ed emerge una sorpresa. Parafrasando Gaber: “Il vegano per scelta è più di destra, vegetariano forse di sinistra. L’8,1% di chi si colloca a destra o nel centro destra è vegano, contro lo 0,9% di chi si colloca a sinistra o nell’estrema sinistra. È inoltre vegano il 2,8% di chi ha votato Movimento 5 stelle. A sinistra sono tuttavia vegetariane 14 persone su 100, il doppio di chi si dichiara di centro destra. È vegetariano il 5,5% degli elettori del Movimento.

Ancora più curioso osservare che non c’è una differenza enorme fra chi ha fatto questa scelta per ragioni ambientali, fra centro destra e centro sinistra: ha risposto così il 14,3% di chi ha votato centro sinistra e il 10% di chi ha votato centro destra, contro il 4,8% dei pentastellati.

Nel complesso insomma non si registra un gradiente “politico” nel numero di persone che scelgono una dieta onnivora, anche se gli elettori di centro sinistra si distinguono per l’alta percentuale di chi non segue una dieta onnivora per rispetto dell’ambiente, mentre fra l’estrema destra prevale la prospettiva individualista: il 41% risponde di farlo “come filosofia di vita” e il l 16% “per mangiare meno e meglio”.  “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra”.

A provare nuovi regimi alimentari sono prevalentemente le donne. Il 5,8 di loro di dichiara vegetariana (contro il 5% dei maschi) e il 2,8% vegana (contro l’1,1% degli uomini). Nell’insieme il 15% delle donne intervistate – una su sei – è stata almeno in un momento della sua vita non onnivora. Questione di dieta? No, di rispetto per gli animali. Il 30% delle donne intervistate ha dichiarato di aver optato per vegetarianesimo o veganesimo per questo motivo, contro il 2,9% degli uomini. Ma nessuna delle donne interpellate ha detto di averlo fatto per l’ambiente, risposta che è stata data invece dall’8,8% degli uomini, con picchi del 10% al Sud. Nel complesso un terzo delle persone ha scelto di non seguire una dieta onnivora per questioni di salute.

È tuttavia curioso – e forse segno di scarsa consapevolezza – notare che il 24% del campione dichiari di aver scelto di essere vegetariano o vegano come “filosofia di vita”, ma solo il 3,6% ha incluso l’ambiente nella propria “filosofia di vita”.

 

Geograficaente, ci sono più vegetariani e vegani al nord rispetto al centro e al sud, anche se le due regioni con il maggior numero di vegetariani sono proprio nel Meridione: Sicilia e Sardegna.

Infine, un elemento interessante di novità rispetto al 2018 è la ripartizione per fasce di età: non sono i giovanissimi i più radicali in materia, ma i 35-44 enni (7,1% di vegetariani e 2,2% di vegani), anche se i 18-24 enni mostrano percentuali maggiori di vegani: il 3%. Un altro dato che colpisce è il boom rispetto a un anno fa dei vegani over 65: oggi il 2,5% del campione esaminato, mentre il 4,7% di loro è vegetariano. Rimane comunque il fatto che 9 over 65 su 10 hanno una dieta onnivora, la percentuale più alta di tutti i gruppi di età.

Pelle vegetale

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La prima pelle vegetale realizzata con le pale di fico d’india da questi due giovani messicani

Pelle vegetale dalle foglie di cactus

Una coppia di giovani di Guadalajara, in Messico, ha creato la prima pelle vegetale a base di foglie di fico d’India e presenterà la straordinaria innovazione a Lineapelle, manifestazione milanese che si sta svolgendo a Milano in questi giorni.

Adrián López e Marte Cazárez hanno portato avanti sperimentazioni per due anni per riuscire a creare un’alternativa alla pelle che fosse rispettosa dell’ambiente e degli animali e che garantisse resistenza e traspirabilità.

Per trovare il materiale adatto, i due giovani si sono ispirati a realtà simili che realizzano pelle vegetale a partire dalle bucce di mela e dall’ananas.

L’idea di sfruttare il fico d’India è arrivata quasi per caso: i due stavano riflettendo su come questa pianta fosse ampiamente utilizzata in cosmesi per la produzione di shampoo e creme, quando si sono detti “Se il fico d’India è buono per la pelle, perché non usarlo per creare la pelle?”.

Inoltre il fico d’India è molto diffuso in Messico, come spiega uno dei due ideatori della nuova pelle vegetale:

“Il Messico ha il potenziale per innovare e il cactus è il simbolo del paese. Molte persone ci hanno detto che eravamo pazzi! Perfino i nostri ingegneri ci hanno detto che non si poteva fare. Abbiamo detto come no? Siamo in Messico, siamo messicani, quale materia prima abbonda qui? Il cactus qui cresce da solo, senza bisogno di grandi quantità d’acqua. È lì che abbiamo iniziato a testare il fico d’india e, dopo diversi test, siamo stati in grado di realizzare un materiale resistente “, ha spiegato Adrián.

Dopo diversi fallimenti, i due giovani messicani sono riusciti a produrre un materiale del tutto simile alla pelle ma più ecologico ed economico e soprattutto che non prevede lo sfruttamento, il maltrattamento e l’uccisione di animali. Ora la loro pelle vegetale è pronta a sostituire quella animale per realizzare numerosi oggetti.

“Un abitino, una borsa, una cintura, un cinturino per orologio, una piccola libreria, una poltrona. Qualunque pelle può essere sostituita da pelle vegetale; la pelle animale o la pelle sintetica possono essere sostituite da quelle vegetali, sostenendo l’ecosistema”, ha dichiarato Marte Cazárez.

La nuova pelle vegetale, che ha un prezzo di circa 25 dollari al metro,  potrebbe dunque sostituire quelle animali e sintetiche. Oltre a preservare l’ambiente e ad evitare l’uccisione di animali, l’utilizzo della nuova pelle vegetale in sostituzione di altre alternative meno ecologiche ed etiche porterebbe anche benefici ai produttori locali che coltivano fichi d’India.

Visti i numerosi vantaggi della nuova pelle vegetale, ci auguriamo che questa innovativa soluzione venga adottata presto dalle aziende che oggi lavorano pellame o che producono oggetti in pelle.

German Circus Replaces Live Animals With Cruelty-Free Holograms

Diritti riservati http://www.care2.com – Brianna Lynne

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Circus Roncalli in Germany recently unveiled a stunning and innovative act featuring computer-generated holograms of wild animals. The act — brought to life by projectors, lasers and lenses — is not only enchanting to watch, but also completely cruelty-free.

Circuses have been entertaining people throughout the world for centuries, but they’ve recently come under scrutiny for their treatment of the animals used in their shows. The failure of the circus industry to effectively address these concerns has resulted in dwindling ticket sales.

Circus acts commonly feature wild animals, including elephants, tigers and camels. While in the wild, these species traverse vast ecosystems where they can express their natural behaviors. But in the circus, they are forced to live in captivity and be carted from show to show.

According to PAWS, circus animals spend almost 96 percent of their lives in chains or cages. Many animals have minimal stimulation. And highly social species, such as elephants, may be isolated from conspecifics. This deprivation can have serious deleterious effects on the mental well-being of animals, who often display signs of distress while in the circus.

When the animals are performing, they may be forced to do demeaning tricks that treat these majestic species as props for human entertainment. The tricks, such as having elephants perform handstands, are far outside the animals’ normal behavior.

To get the animals to complete these tricks, cruel training tools — such using bullhooks, whips and rods — may be used. Undercover investigations have revealed instances of circus staff repeatedly hitting elephants, as well as whipping a tiger 31 times in less than two minutes.

In recent years, public sentiment has shifted as more people have become aware of the cruelty circus animals endure. A 2019 poll found only 30% of people believe circus animals are treated well, and over 50% support the prohibition of wild animals in circuses.

Bans on circus animals have been popping up in the United States at the local and state levels. In 2018, New Jersey became the first state to ban the use of wild animals in traveling acts. At the city level, both Los Angeles and New York City have also banned using wild animals in circuses.

The circus industry has been slow to adapt to concerns over animal welfare. Ringling Bros. closed down in 2017 due to declining ticket sales — likely a result of changing attitudes toward circus animals. Although Ringling Bros. stopped using elephants in its performances the previous year, the change was too small to salvage the company’s reputation.

The recent hologram animal act at Circus Roncalli illustrates how the industry can use ingenuity to keep the spirit of the circus alive without sacrificing animal welfare. Other circuses should follow suit. And soon they may need to if the Traveling Exotic Animal and Public Safety Protection Act — which would ban the use of wild animals in traveling acts — becomes law.

The circus is beloved throughout the world for its awe-inspiring acts showcasing people with incredible talents — from the tightrope walkers to the jugglers and trapeze artists. But if the industry does not evolve past animal cruelty, the shows may soon be closing their door.

Main image credit: sArhange1/Getty Images

Vegea, la startup che trasforma gli scarti del vino in tessuti

Diritti riservati – businessweekly.it

vegea

Arrivano dalle startup le idee che fanno bene all’ambiente. Ne è un esempio Vegea la startup italiana vincitrice del contest Chivas 2019. Vegea sviluppa ed ingegnerizza tecnologie e processi basati sull’ utilizzo di biomasse. In particolare valorizza gli scarti dell’agroindustria – e soprattutto gli scarti del vino – incentivando l’utilizzo di risorse rinnovabili, in alternativa alle risorse fossili.

Il tessuto che nasce dagli scarti del vino

Il suo progetto Vegea Textile in particolare si focalizza sulla produzione di tessuti tecnici bio-based derivanti da materie prime vegetali e residui dell’industria vitivinicola. La vinaccia, una materia prima 100% vegetale composta dalle bucce, i semi e i raspi del grappolo d’uva da vino che rimangono dopo la produzione del vino, diventa la materia prima per un tessuto ‘vegano’, Un materiale a basso impatto e cruelty-free per il settore della moda, dell’arredamento e dell’automotive.

La startup sfruttando gli scarti del vino fornisce così una risposta anche alle criticità del settore moda che ha un impatto ambientale molto forte. La sola produzione di tessuti sintetici utilizza a livello globale oltre 100 milioni di tonnellate di oli. I tessuti Vegea riducono il consumo di questi oli e di C02, per proteggere l’ambiente e combattere il Global Warming.

La startup trentina si è recentemente classificata (unica italiana) tra le cinque finaliste del contest Chivas 2019. Il contest giunto alla quinta edizione premia l’innovazione e le soluzioni sostenibili in diversi settori di business, con l’obiettivo di creare un impatto positivo sia sull’ambiente sia sulla società.