Perché dopo il Covid aumenteranno vegetariani e vegani

di Massimiliano Di Giorgio – Giornalista

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Una necessaria premessa, che per qualcuno forse suonerà inutile: vegetariani e vegani, crudisti e frugivori, pescetariani, macrobiotici e flexitariani, possono ammalarsi di Covid-19 come un onnivoro qualsiasi. Non c’è nessuno studio che indichi il contrario. 

Probabilmente i vegetariani hanno minori rischi di malattie cardiache – lo indicava a settembre 2019 una ricerca dell’Università di Oxford – ma in compenso per loro aumenterebbero i rischi di ictus. Poi, ovviamente dipende da quanto tempo una persona ha abbracciato un sistema regime alimentare senza o con poca carne (e derivati), da quali patologie soffra, dalla sua età. Ma il vegano (o il vegetariano) “immune” non esiste, per la semplice ragione che il virus si trasmette anche tra gli esseri umani: non soltanto da altri animali a persone e solo in casi sporadici.

Ma è proprio l’origine in altri animali di certi virus, le cosiddette zoonosi, che sembra contribuire all’aumento di coloro che non vogliono più consumare carne. E alcuni segnali economici già si registrano.

In Cina – che pure è il principale allevatore mondiale di suini, tra i principali esportatori di pollame e dove, soprattutto nel sud, c’è una cultura del consumo di carne “esotica” – c’è un boom nella vendita di cibi con proteine vegetali e non più animali, indicava a fine aprile un reportage dell’agenzia Reuters. 

E l’India, scrive l’agenzia Afp, registra un forte incremento di domanda anche estera per il cosiddetto jackfruit – o giaca – un grosso frutto molto diffuso nel Sudest asiatico (e in genere ai Tropici) che ha un odore pungente ma che è molto nutriente e considerato nelle diete un possibile sostituto della carne. La ragione di questi cambiamenti almeno momentanei di abitudini alimentari sta proprio nella paura del virus.

Nel 2018, secondo lo Ipsos MORI Global Advisor Survey, i vegetariani erano il 5% della popolazione, mondiale, i vegani il 3%, come i pescetariani, mentre i flexitariani (cioè coloro che normalmente sono vegetariani ma di tanto in tanto consumano carne o pesce) erano il 14%. Le donne sono più “veggie” degli uomini, i giovani degli anziani. La maggior parte delle persone, in Occidente, segue diete senza carne per questione di salute, più che per la preoccupazione per gli altri animali. Soltanto per parlare dell’Europa, a far aumentare il numero dei vegetariani sono state certamente vicende come quelli dei “polli alla diossina” o della “mucca pazza”.

Tra Covid e consumo della carne non c’è un legame direttissimo. Ma la combinazione dello sfruttamento massiccio degli ecosistemi, come la riduzione delle foreste selvagge, e degli allevamenti intensivi di animali da carne (e latte), nonché della maggiore mobilità internazionale, aiuta certamente la diffusione dei virus.

Ecco perché diversi esperti invitano a ripensare il sistema dei consumi, gli stili di vita, imponendo subito standard di sicurezza più elevati ai mercati della carne. Senza dimenticare quanto pesa il sistema degli allevamenti sia sulle risorse alimentari vegetali (è il vecchio ma sempre valido discorso di quanto terreno, acqua, sementi etc si sprecano per dar da mangiare ad animali e che invece potrebbero essere impiegati per produrre direttamente cibo per gli umani) che sulle emissioni di gas a effetto serra.AL

Essere vegetariani nell’antica Grecia

Diritti 24.it

di

25 aprile 2020

Essere vegetariani nell’antica Grecia, di Plutarco e Porfirio

PESARO – Una doverosa premessa: sono vegetariano. Quindi di parte. Ma proverò a non esserlo, perché essere prevenuti mi infastidisce, sempre.

Uno dei motivi per cui mi sono cancellato da Facebook era il clima d’odio che si respirava (da quel che percepisco, si respira ancora) nei confronti di chi aveva idee diverse.
Ho letto, ieri, della determinazione a reagire agli odiatori di professione e, nell’esprimere solidarietà al sindaco Matteo Ricci, non posso che condividere la scelta anticipata dal vice sindaco Vimini.
Mi capitava di leggere quotidianamente insulti ai vegetariani e ai vegani, con la pubblicazione di grigliate di carne bovina, di bistecche voluminose, e il solito commento poco intelligente: “Alla faccia dei vegani e dei vegetariani!”.
Non mangio carne da decenni, da quattro ho scelto di eliminare anche il pesce, ma non guardo mai il piatto degli altri commensali. Mi accontento di essere soddisfatto del mio, fatto di verdure e legumi, talvolta di uova. E non insulto chi mangia carne. È una sua scelta.
Mi permetto, però, se il tema incuriosisce, di proporvi di rivedere grazie a RaiPlay, la trasmissione Indovina chi viene a cena andata in onda su Rai Tre su Cosa mangeremo?
In nome della fame di carne che ha il pianeta, gli allevamenti intensivi sono sempre più diffusi e praticati. Pulcini con petti enormi, vacche che producono il doppio del latte, salmoni geneticamente modificati. L’inchiesta di Sabrina Giannini affronta aspetti meno conosciuti della produzione intensiva di carne. La globalizzazione del made in Italy è un esempio di come anche alcuni dei prodotti tipici nostrani vengano in realtà da molto lontano, da luoghi colpiti dal disboscamento e dai roghi della Foresta Amazzonica. In questo scenario, in Olanda si sperimentano pollai verticali e avveniristiche fattorie galleggianti. Ma potrà essere questo il nostro futuro?  È una domanda che si ponevano, pensate voi, duemila e più anni fa, nell’Antica Grecia, terra di filosofi, culla dell’uomo che dialoga, s’interroga, s’informa, studia.
Mentre mi preparavo a fare il quarto Cammino di Santiago, il Primitivo che porta da Oviedo a Santiago de Compostela, circa 350 chilometri soprattutto in quota, con tanti saliscendi e quella – la Ruta por Hospitales – che considero la tappa più bella di tutti i cammini, entrai in un sito frequentato dai “pellegrini” e m’imbattei in uno che pontificava, spiegando che per fare un Cammino era necessario riempirsi di proteine animali, altrimenti non si sarebbe arrivati a Santiago de Compostela.
Mi permisi di raccontare che la mia esperienza era diversa e, da vegetariano, non avevo avuto difficoltà a completare i precedenti cammini.
Il presuntuoso mi diede del bugiardo, certificando che era impossibile.
Completai il Primitivo e il giorno dopo partii per Finisterre, totalizzando – tra annessi e connessi – 500 chilometri, nutrendomi di zuppe di fagioli, ceci e lenticche, ma anche tortillas (frittate spesso con patate, ma anche con spinaci, oppure solo uova, la cosiddetta francesa, un’omelette) e revueltos (uova strapazzate con spinaci, asparagi e altri vegetali). Il tutto senza accusare alcun problema, anzi felice nel corpo e nello spirito.
L’anno scorso, completando il Cammino del Nord, da Irun a Santiago de Compostela, i chilometri sono stati  addirittura 900. Seguendo una dieta vegetariana, ovviamente.
Un giorno, a pranzo con amici onnivori, ero l’unico vegetariano. Un commensale, rivolto a chi, sussurrando, gli chiedeva se sapesse perché non mangiassi il pesce, rispose così: “Non lo so, ma è evidente che segue la moda!”. Incredibile. Non mi aveva fatto alcuna domanda, ma per lui seguivo la moda.
Avrei potuto rispondergli facilmente, con le parole della premessa al nostro libro di oggi: Essere vegetariani nell’antica Grecia
La dieta vegetariana, considerata nelle sue forme più o meno rigorose, ha ormai raggiunto una diffusione planetaria, e la sua popolarità sembra in costante crescita. Tuttavia occorre ricordare che questo tipo di alimentazione non è una moda dei nostri giorni, ma esiste fin dall’antichità e ha probabilmente un’origine etico-religiosa, a cui solo in seguito si aggiunsero motivazioni legate alla cura della salute.
Scrive Plutarco (Cheronea 46-48 d.C.; Delfi 125-127 d.C.), filosofo e scrittore seguace della filosofia di Platone:
Tu mi domandi per quale ragione Pitagora si astenesse dal mangiare carne. Io piuttosto mi chiedo meravigliato in quale occasione e con quale stato d’animo un uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue versato, e unì le sua labbra alla carne di un animale morto, e imbandendo tavole con corpi morti e rancidi ebbe anche l’ardire di chiamare prelibatezze e alimenti quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano. Come poterono i suoi occhi sopportare la vista del sangue di animali sgozzati, scorticati e fatti a pezzi? Come poté il suo naso resistere a quel fetore? Perché quelle esalazioni non distolsero il suo senso del gusto?”.
Le pelli strisciavano, le carni muggivano sugli spiedi,
cotte, e crude, e c’era come una voce di vacche.
Omero, Odissea, XII
Questa è un invenzione e un mito, e tuttavia è davvero mostruoso un pasto in cui un uomo si nutre di creature che ancora muggiscono, dando istruzioni su quali animali si possano mangiare, mentre essi sono ancora vivi
E ancora…
Non mangiamo certo leoni e lupi per difenderci;  anzi, questi li lasciamo in pace, e invece catturiamo e uccidiamo le creature miti e indifese, prive di pungiglioni o denti che potrebbero ferirci; animali che, per Zeus, la natura sembra avere creato al solo scopo di mostrare la loro grazia e bellezza.
Porfirio (Tiro il 232 o 233 d.C., Roma inizio quarto secolo) replica così alle scuse addotte da coloro che sono favorevoli al consumo di carne.
…Per questo mi meraviglio di chi ha il coraggio di sostenere che l’astinenza dagli animali è la madre dell’ingiustizia, quando la storia e l’esperienza dimostrano che con l’uccisione degli animali furono introdotti il lusso, la guerra e l’ingiustizia.
È appunto questo ciò che comprese in seguito anche lo spartano Licurgo: benché fosse ormai consuetudine cibarsi di animali, stabilì un insieme di norme tali da escludere completamente il consumo di carne. Egli infatti assegnò a ciascun cittadino una certa quantità di beni, consistente non in mandrie di buoi, pecore, capre o cavalli, e nemmeno in somme di denaro, ma in proprietà terriere che rendevano settanta medimni d’orzo all’uomo e dodici alla donna, e una quantità di frutti liquidi nella stessa proporzione.
Il medimno era un’antica unità di misura che corrispondeva a circa 50 chilogrammi.
Di conseguenza, avendo bandito il lusso da Sparta, gli fu possibile abolire le monete d’oro e d’argento, e consentire unicamente quelle di ferro, che a fronte di un esiguo valore avevano un peso e un volume notevoli…
L’applicazione di queste misure permise di bandire da Sparta un gran numero di ingiustizie. Chi infatti avrebbe voluto rubare o farsi corrompere, portare via o rapinare ciò che non si poteva nascondere e il suo possesso non suscitava invidia, oltre a non essere di alcuna utilità anche se fatto a pezzi?
Una moneta così servirebbe tanto, al giorno d’oggi, soprattutto in Italia.

I migliori ristoranti italiani…

I migliori ristoranti italiani che servono piatti vegetariani secondo la Guida Verde 2020 internazionale

di Martina Barbero 

Diritti de Il Corriere della Sera/cucina.corriere.it

 

La classifica internazionale

È uscita la nuova edizione della Guida Verde firmata We’re Smart®, l’organizzazione che riconosce i migliori ristoranti e chef che, nelle loro cucine, dedicano uno spazio speciale alle verdure. «Ogni locale viene classificato da 1 a 5 pregiatissimi ravanelli — spiega Frank Fol, chef e ideatore dell’iniziativa — in base all’uso creativo degli ingredienti di stagione, alla percentuale di piatti a base di frutta e verdura nel menu e a vari altri criteri di sostenibilità». Tra i quasi 1000 ristoranti recensiti in 43 Paesi del mondo, ce ne sono molti anche italiani: ecco gli indirizzi che hanno preso cinque, quattro e tre ravanelli in tutta la penisola e i due vincitori dei premi «Miglior ristorante vegetariano» e «Miglior ristorante vegano 2020».

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Viaggiare Vegan

di Federica Maccotta, diritti riservati wired.it

Si chiama World Vegan Travel.

Propone giri turistici su misura per chi ha deciso di eliminare dall’alimentazione quotidiana tutti gli alimenti di origine animale: da Parigi alla Thailandia, dall’Alsazia a Cape Town.

 

Beautiful woman buying tomatoes at a farmers market(foto: Getty Images)

Viaggi su misura per i vegani: da Parigi alla Thailandia, passando per Cape Town. A proporli è un’agenzia, la World Vegan Travel, specializzata nel creare tour ad hoc per chi ha deciso di eliminare dall’alimentazione quotidiana tutti gli alimenti di origine animale: cene in ristoranti gourmet 100% vegesperienze cruelty free e alloggi in strutture che rispettano la natura. Sempre con un tocco di lusso.

Fondata da Brighde Reed (anglo-australiana) e Sebastien Ranger (canadese), l’agenzia ha appena lanciato i pacchetti 2020. Tra le destinazioni dell’anno nuovo: Parigi e l’Alsazia, con tanto di pain au chocolat vegan e soggiorno in una locanda del sedicesimo secolo dove pare abbiano dormito anche Luigi XIV e Napoleone. Ancora, la Thailandia Cape Town e Botswana, per fare il safari e provare il brivido di dormire nella savana in strutture rispettose degli animali.

I tour hanno di solito un numero limitato di partecipanti (fra i 16 e i 28) e in alcuni casi comprendono anche la presenza di influencer dell’universo green. Ovviamente, non è necessario essere rigidamente vegani per partecipare ai viaggi: in un mondo in cui cresce la consapevolezza dell’impatto ambientale di allevamenti & co., possono essere tanti i veg-curiosi attratti da questo tipo di esperienza. Lo dimostra anche il successo di Vegenuary, l’associazione benefica britannica che sprona gli onnivori a provare a seguire una dieta vegana per tutto il mese di gennaio.

Nel 2019 World Vegan Travel ha organizzato quattro viaggi, portando in giro per il mondo oltre 150 turisti vegan. L’agenzia “sta riempiendo una nicchia, creando momenti di lusso in linea con i valori dei vegani”, ha detto a Lonely Planet la fondatrice Brighde Reed. I costi? Per le mete europee si aggirano sui 4.500 dollari, per l’Africa sui 9mila dollari.

Filosofia Vegana

WORLD VEGAN DAY: ANCHE IN ITALIA CRESCE L’INTERESSE PER QUESTA FILOSOFIA DI VITA CHE PARTE DAL FOOD ED È GUIDATA DALLE DONNE. INDAGINE THEFORK: L’80% DEGLI ITALIANI PROVEREBBE UN RISTORANTE VEGANO

BY FOODAFFAIRS.IT

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vegan

 

Salutare per il corpo e per l’anima, la cucina vegana è una delle tendenze alimentari in crescita negli ultimi anni. L’attenzione a sostenibilità e salute conducono sempre più a una dieta senza carne, uova e altri derivati animali. Per questo TheFork, tra le principali app di prenotazione online di ristoranti, ha deciso di approfondire il fenomeno attraverso un sondaggio[1] su questo tema in occasione del World Vegan Day – il prossimo 1° novembre.

Ormai da diversi anni le opzioni vegan nel panorama alimentare sono in crescita così come l’interesse dei consumatori. In Europa, l’Italia ha registrato l’aumento più forte di prenotazioni presso i ristoranti che offrono anche piatti vegani: i booking sono cresciuti infatti di 26 volte dal 2016 al 2019. A seguire il Belgio – con un aumento di 12 volte – e la Francia – 10 volte.

L’Italia è anche il paese del gruppo TheFork con il maggior numero di ristoranti con opzioni vegane[2]: il 22% dei ristoranti partner offre almeno un piatto veg nel menù. Seguono la Danimarca con il 20% e il Belgio con il 17%.

Se l’Italia è il paese con il maggior numero di indirizzi vegan friendly, a livello di città è Parigi a offrire la più ampia scelta con 293 ristoranti, seguita da Barcellona (266). In Italia la top tre è costituita da Roma (264), Milano (124) e Torino (55).

Dal punto di vista dei consumatori, a livello europeo gli spagnoli si sono detti più interessati a questo trend (43% dei rispondenti), seguiti dai francesi (36,7%) e dagli italiani (26,4%).[3] Le donne sono in generale più propense a uno stile di vita vegano rispetto agli uomini (40% vs. 33%) e laddove i consumatori non si sono dimostrati interessati ad abbracciare questa filosofia, la maggior parte si è dichiarata disposto a ridurre il consumo di carne in futuro (51% dei rispondenti).

In Italia il trend risulta positivo con l’81% dei rispondenti che dichiara di voler provare un ristorante vegano e il 48% si dice interessato a limitare il consumo di carne in futuro.

Per semplificare la ricerca di ristoranti vegani, TheFork ha inserito tra i suoi tag di ricerca il filtro piatti vegani: basta digitarlo nell’apposito campo per avere una selezione dei ristoranti con opzioni veg nelle vicinanze. E per gli indecisi, ecco gli indirizzi che hanno ottenuto a oggi i giudizi migliori:

Pesto di Pistacchio, Trani

“Deliziosamente vegan”, così si definisce il ristorante Pesto di Pistacchi di Trani. La filosofia del ristorante non è tanto quella di seguire una “moda” ma quella di proporre una cucina di alta qualità ed etica allo stesso tempo. Da provare: Sformatino di patate e anacardi su vellutata di topinambur con tartufo in scaglie.

Flora Vegano e Gluten Free, Verona

A Verona il ristorante Flora è una certezza per celiaci e vegani: qui non troverete neanche una traccia di glutine e nessun prodotto di derivazione animale. Il motto è “Eat different”, mangiare in modo diverso senza dimenticare la gioia del buon cibo. Da provare: Vellutata di zucca con cous cous di macadamia.

Vitto Pitagorico, Napoli

Vitto Pitagorico è un ristorante pizzeria vegano, vegetariano e crudista. Qui troverete una carta ricca e per tutti i gusti, dai primi – tutti con nomi molto particolari – alle zuppe. Da provare: la zuppa Nirvana, una zuppa crudista al latte di cocco, broccoli, funghi, zenzero e peperoncino.

Missfagiola Green Lab, Bologna

Quando un bolognese dice che qualcosa “lo sfagiola” significa che gli piace proprio tanto! Ed è quello che penserete dopo un pasto da Missfagiola Green Lab, dove Alessia Gaggioli – proprietaria bolognese doc – propone un menù green tutto da scoprire. Da provare: Pappardelle raw km0, pappardelle crudiste di carote bio al burro di mandorle.

VgOloso, Venezia

Come dice il nome stesso del ristorante, da VgOloso troverete molte golosità tutte 100% vegetali, con opzioni senza glutine e biologiche. Da provare: Penne di riso, curcuma e zenzero con salsa alla zucca, cardamomo e mandorle tostate.

Albaspina BioAgriturismo Vegan, Monticello Conte Otto (Vicenza)

In un luogo incantevole nel vicentino troverete il BioAgriturismo Albaspina, dove poter gustare una cucina completamente vegana, fatta con ingredienti bio di alta qualità e con verdure appena raccolte dall’orto. Da provare: Polpettine di anacardi e melanzane con sugo di pomodorini e peperoni in cestino di pane con salsa guacamole.

Momo Cucina Sana, Pontedera (Pisa)

In questo ristorante di Pontedera, nel pisano, troverete una cucina sana – come dice il nome stesso del locale – sfiziosa e 100% vegetale, con dei nomi tutti particolari. Da provare: Cibo per la pace, riso basmati, purè di lenticchie, curry di verdure, chutney e cracker.

Cavò Bistrot, Cagliari

Stagionalità, biologico e cucina vegetale sono gli elementi chiave che compongono l’offerta del ristorante Cavò Bistrot di Cagliari. Qui tutto è preparato e trattato con la finalità di rimanere fedeli al gusto delle materie prime. Da provare: Cagliari Milano A/R, un risotto allo zafferano con crema di anacardi e mandorle, Campari e Mirto.

La Dispensa di Amelia, Arezzo

Nella dispensa di Amelia troverete solo prodotti di prima qualità con cui vengono preparati piatti di origine completamente vegetale, con cui si cerca di reinterpretare la tradizione in chiave contemporanea. Da provare: Omelette veg con cipolle rosse di Tropea caramellate al Sirah e maionese al tartufo.

Flower Burger (Torino)

Flower Burger è ormai noto a tutti come il primo ristorante che è riuscito a combinare tutto il gusto dei burger con una cucina completamente vegetale. Con indirizzi sparsi in tutta Italia (RomaRiminiBariPalermo, sono solo alcuni), non potrete non apprezzare i loro piatti colorati e sfiziosi. Da provare: Spicy Cecio, fatto con pane giallo, burger di ceci e orzo, tartare di cipolle di Tropea, pomodori, insalata, spinaci e salsa spicy.

Vegani a destra, vegetariani a sinistra

Vegani a destra, vegetariani a sinistra. Ma chi lo fa per l’ambiente?

 

Il Rapporto Italia 2019 di Eurispes conta che 7 italiani su 100 (precisamente il 7,3%) sono vegetariani o vegani: il 5,4% del campione esaminato si dichiara vegetariano e un ulteriore 1,9% vegano. Sono tanti o sono pochi? Sostanzialmente gli stessi di cinque anni fa: nel 2014 il 7,1% del campione intervistato era  vegetariano o vegano, nel 2016 addirittura l’8%.

Un altro 4,9% di italiani ha ammesso di essere stato vegetariano ma di essere ritornato a una dieta onnivora. Nel complesso comunque si registra un aumento di un punto percentuale di persone che hanno scelto di non mangiare più nessun prodotto animale rispetto al 2018: nel 2018 i vegani all’interno del campione esaminato erano lo 0,9%, nel 2014 lo 0,6%. Sono diminuiti invece i vegetariani: erano il 6,2% degli intervistati nel 2018, anche se gli esperti precisano che quest’ultima variazione potrebbe essere spiegata dal passaggio da una dieta vegetariana a una vegana.

 

Il rapporto Eurispes correla questa abitudine alimentare anche con l’orientamento politico, ed emerge una sorpresa. Parafrasando Gaber: “Il vegano per scelta è più di destra, vegetariano forse di sinistra. L’8,1% di chi si colloca a destra o nel centro destra è vegano, contro lo 0,9% di chi si colloca a sinistra o nell’estrema sinistra. È inoltre vegano il 2,8% di chi ha votato Movimento 5 stelle. A sinistra sono tuttavia vegetariane 14 persone su 100, il doppio di chi si dichiara di centro destra. È vegetariano il 5,5% degli elettori del Movimento.

Ancora più curioso osservare che non c’è una differenza enorme fra chi ha fatto questa scelta per ragioni ambientali, fra centro destra e centro sinistra: ha risposto così il 14,3% di chi ha votato centro sinistra e il 10% di chi ha votato centro destra, contro il 4,8% dei pentastellati.

Nel complesso insomma non si registra un gradiente “politico” nel numero di persone che scelgono una dieta onnivora, anche se gli elettori di centro sinistra si distinguono per l’alta percentuale di chi non segue una dieta onnivora per rispetto dell’ambiente, mentre fra l’estrema destra prevale la prospettiva individualista: il 41% risponde di farlo “come filosofia di vita” e il l 16% “per mangiare meno e meglio”.  “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra”.

A provare nuovi regimi alimentari sono prevalentemente le donne. Il 5,8 di loro di dichiara vegetariana (contro il 5% dei maschi) e il 2,8% vegana (contro l’1,1% degli uomini). Nell’insieme il 15% delle donne intervistate – una su sei – è stata almeno in un momento della sua vita non onnivora. Questione di dieta? No, di rispetto per gli animali. Il 30% delle donne intervistate ha dichiarato di aver optato per vegetarianesimo o veganesimo per questo motivo, contro il 2,9% degli uomini. Ma nessuna delle donne interpellate ha detto di averlo fatto per l’ambiente, risposta che è stata data invece dall’8,8% degli uomini, con picchi del 10% al Sud. Nel complesso un terzo delle persone ha scelto di non seguire una dieta onnivora per questioni di salute.

È tuttavia curioso – e forse segno di scarsa consapevolezza – notare che il 24% del campione dichiari di aver scelto di essere vegetariano o vegano come “filosofia di vita”, ma solo il 3,6% ha incluso l’ambiente nella propria “filosofia di vita”.

 

Geograficaente, ci sono più vegetariani e vegani al nord rispetto al centro e al sud, anche se le due regioni con il maggior numero di vegetariani sono proprio nel Meridione: Sicilia e Sardegna.

Infine, un elemento interessante di novità rispetto al 2018 è la ripartizione per fasce di età: non sono i giovanissimi i più radicali in materia, ma i 35-44 enni (7,1% di vegetariani e 2,2% di vegani), anche se i 18-24 enni mostrano percentuali maggiori di vegani: il 3%. Un altro dato che colpisce è il boom rispetto a un anno fa dei vegani over 65: oggi il 2,5% del campione esaminato, mentre il 4,7% di loro è vegetariano. Rimane comunque il fatto che 9 over 65 su 10 hanno una dieta onnivora, la percentuale più alta di tutti i gruppi di età.

Pelle vegetale

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La prima pelle vegetale realizzata con le pale di fico d’india da questi due giovani messicani

Pelle vegetale dalle foglie di cactus

Una coppia di giovani di Guadalajara, in Messico, ha creato la prima pelle vegetale a base di foglie di fico d’India e presenterà la straordinaria innovazione a Lineapelle, manifestazione milanese che si sta svolgendo a Milano in questi giorni.

Adrián López e Marte Cazárez hanno portato avanti sperimentazioni per due anni per riuscire a creare un’alternativa alla pelle che fosse rispettosa dell’ambiente e degli animali e che garantisse resistenza e traspirabilità.

Per trovare il materiale adatto, i due giovani si sono ispirati a realtà simili che realizzano pelle vegetale a partire dalle bucce di mela e dall’ananas.

L’idea di sfruttare il fico d’India è arrivata quasi per caso: i due stavano riflettendo su come questa pianta fosse ampiamente utilizzata in cosmesi per la produzione di shampoo e creme, quando si sono detti “Se il fico d’India è buono per la pelle, perché non usarlo per creare la pelle?”.

Inoltre il fico d’India è molto diffuso in Messico, come spiega uno dei due ideatori della nuova pelle vegetale:

“Il Messico ha il potenziale per innovare e il cactus è il simbolo del paese. Molte persone ci hanno detto che eravamo pazzi! Perfino i nostri ingegneri ci hanno detto che non si poteva fare. Abbiamo detto come no? Siamo in Messico, siamo messicani, quale materia prima abbonda qui? Il cactus qui cresce da solo, senza bisogno di grandi quantità d’acqua. È lì che abbiamo iniziato a testare il fico d’india e, dopo diversi test, siamo stati in grado di realizzare un materiale resistente “, ha spiegato Adrián.

Dopo diversi fallimenti, i due giovani messicani sono riusciti a produrre un materiale del tutto simile alla pelle ma più ecologico ed economico e soprattutto che non prevede lo sfruttamento, il maltrattamento e l’uccisione di animali. Ora la loro pelle vegetale è pronta a sostituire quella animale per realizzare numerosi oggetti.

“Un abitino, una borsa, una cintura, un cinturino per orologio, una piccola libreria, una poltrona. Qualunque pelle può essere sostituita da pelle vegetale; la pelle animale o la pelle sintetica possono essere sostituite da quelle vegetali, sostenendo l’ecosistema”, ha dichiarato Marte Cazárez.

La nuova pelle vegetale, che ha un prezzo di circa 25 dollari al metro,  potrebbe dunque sostituire quelle animali e sintetiche. Oltre a preservare l’ambiente e ad evitare l’uccisione di animali, l’utilizzo della nuova pelle vegetale in sostituzione di altre alternative meno ecologiche ed etiche porterebbe anche benefici ai produttori locali che coltivano fichi d’India.

Visti i numerosi vantaggi della nuova pelle vegetale, ci auguriamo che questa innovativa soluzione venga adottata presto dalle aziende che oggi lavorano pellame o che producono oggetti in pelle.